Teoria Sinaptica Essenziale

CICLO della SINGOLARITA'

Lapis Philosophorum - Quintessenza

Ciclo della Singolarità.

Mostra personale di Fiorella Corte.

A mio Padre

26 aprile 2019 - 26 maggio 2019.

 

Fiorella Corte è un’artista sincera. Tale concetto parte dal senso profondo della sua arte concentrata essenzialmente sulla rappresentazione realistica del contingente trascendendo la contingenza appunto, proprio per restituirla al fruitore delle sue opere in maniera diretta, ovvero filtrarla analiticamente  senza orpelli o fronzoli decorativi dettati dal puro gusto estetico.

Questa componente stilistica è determinata sicuramente da una scelta di vita in cui l’autenticità pur apparendo scomoda dice quel che dice partendo dall’inesorabile verità. E la nostra Fiorella è una donna vera.

Lo dico perché ho avuto modo di conoscerla personalmente prima come artista e poi come persona: nonostante la profonda educazione ed il suo rigore morale ha avuto esperienze di vita che l’hanno portata in alto, tra le stelle e molte volte verso i deserti sconfinati della sofferenza.

Lei non si è mai scoraggiata o lasciata andare!

La vita le ha sicuramente insegnato tanto ma per giungere a questa consapevolezza  ha dovuto eliminare tanta zavorra per ritrovare il proprio equilibrio.

La sua sensibilità e gusto per le cose sono stati sempre elementi portanti: “ Il rigore famigliare è stato una palestra per me…” mi disse per telefono: “…da mio padre abbiamo imparato tanto ma lui vedeva che rispetto agli altri io ero diversa, ero quella che intelligentemente riusciva bene nelle cose eppure ero quella che aveva una marcia diversa…”.

A queste parole ebbi la capacità di tacere e la lasciai sfogare. Qui il senso giornalistico prevalse in me su quello critico in cui l’analisi predomina sul senso individuale e continuai ad ascoltarla.

Mi si aprì un mondo:”…feci gli studi classici che mi portarono a sbocciare culturalmente anche se vedevo mio padre collezionare i grandi maestri romantici della tradizione pittorica piemontese. Ma all’epoca, pur stimandone la qualità esecutiva e tecnica, li sentivo lontani da me, forse troppo immersi in una poetica che non mi apparteneva…”.

A questo punto la voce cambiò tono e riflesse una commozione: “…proprio nel periodo in cui mio padre era mancato da poco andai a far benzina e lì conobbi un pittore che mi chiese di vedere i suoi lavori. Si trattava di Cesare Rosingana. Rimasi stupefatta e divenne il mio maestro”

Da allora Fiorella Corte dipinge assiduamente partecipando a numerose mostre e rassegne d’arte.

I suoi paesaggi, i suoi interni d’ambiente, le nature morte, gli scorci cittadini o le vedute d’assieme decantano una poetica che ha sempre fatto parte della sua esistenza ma con quella marcia in più che è caratteristica dei poeti e come i poeti soffre, ama, si eleva, decade e patisce l’esistenza per abbracciarla poi con un’euforia eccezionale.

In altre parole la capacità di dilatare la vacuità dell’istante la mette nella posizione di oltrepassare l’istante medesimo, di assorbirlo in tutta la sua essenza fino a trascenderlo e ridimensionarlo nel proprio essere.

Vive le cose del mondo come se fossero sue: le ama, le odia, le lusinga e le interiorizza sino a farle rivivere in sé.

Caratteristiche che fanno parte della sua pittura.

I suoi lavori trasmettono la poetica del momento fugace, dell’attimo sublime in cui la situazione avviene sconfinando dai connotati spazio-temporali ed immergendoli in una luce pittorica che la proietta in un’altra dimensione, ovvero quella a metà strada tra il ricordo ed il sogno, tra la pace dei sensi ed il delirio dell’anima in cui le cose non si limitano ad avvenire ma a concatenarsi nella misteriosa rete del destino.

Questa forma di esistenzialismo pittorico è una conseguenza del suo modo di essere e di leggere il mondo. Ovviamente nulla resta fermo, immobile, compatto.

Ciclo della Singolarità

Mostra Personale di Lucia Corbinelli

22 marzo 2019 - 22 aprile 2019

Energia=Mente-Universo

 

L’essenza pittorica dell’artista fiorentina Lucia Corbinelli consiste essenzialmente nella volontà assidua di ricercare attraverso la creazione lo spunto immediato per esprimere una ricerca esistenziale. Energia: Mente – Universo infatti, catalizza il desiderio profondo di far coincidere come in un’equazione matematica il senso stesso dell’energia pura alla propagazione materiale del micro (Mente) del macro (Universo).

In questo senso vengono in soccorso i colori in cui l’equilibrio compositivo e l’armonia partono dal postulato intrinseco secondo il quale l’universo si è formato e si sta formando in relazione al tutto che esiste indipendentemente dai moti o dalle direzioni temporali che assume nel corso della propria evoluzione e la mente, quale espressione momentanea della sua sconfinata grandezza, ne rappresenta mediante la logica una proiezione sia costitutiva da un punto di vista strutturale che spirituale da un punto di vista organizzato. Questa relazione implicita scandisce il divenir stesso dell’Energia attraverso la quale tendono a relativizzarsi le convenzioni spaziali e temporali.

La sua pittura rievoca questa potenza energetica attraverso l’azione pittorica, quale forma deterministica che blocca il senso attraverso il gesto fisico del dipingere stesso, dell’apporre della materia sul supporto e viverla nel suo essere: in questi istanti sublimi l’artista congela sulla tela le proprie sensazioni tentando di allontanarsi momentaneamente dalle illusioni della carne, dalle convenzioni sociali, dai ruoli effimeri dati dalla civiltà e viaggiare dentro sé stessi per venire fuori.

La pittrice utilizza l’arte come strumento ieratico, quasi come un oracolo in cui la mente abbandona le convenzioni per dilatarsi nel senso cosmico, universale, ancestrale: inizia la ricerca oltre le barriere dell’IO in cui l’energia messa in campo provoca una dilatazione esistenziale in qualcosa di più vasto.

Questo dialogo costante con le forze superiori attivano un discorso introspettivo atto alla formulazione di una nuova astrazione energetica in cui è descritto il viaggio di un’anima curiosa, esploratrice, assetata di verità senza regole codificabili.

Il suo è una forma di linguaggio ancestrale, dicevamo appunto basato sull’essenzialità simbolica di segni gestuali armonizzati dalla scrittura automatica dei colori in cui il senso profondo indirizza le significazioni latenti di un discorso che può essere decifrato solo dal senso ultimo delle emozioni.

I confini tra un senso e l’altro vengono abbattuti così come quelli spaziali del cosmo imbevuto di energia e di spazi vuoti. E proprio come il cosmo il colore diviene luce ed in essa il regredire o il relativo progredire nello spazio e nel tempo collimano in un moto perpetuo in cui non esistono prima o dopo, sopra e sotto, vero o falso.

La direzione dei moti cromatici si interseca alle zone dell’essere in cui la spinta del pieno esiste grazie a quella dei vuoti e la struttura di un colore definisce l’armonia per il senso di un’altra pigmentazione.

Ciclo della Singolarità

Mostra Personale di Maria Pia Contento

15 febbraio 2019 - 15 marzo 2019.

 

Nata a Trieste il 12 novembre del 1942, Maria Pia Contento vive ed opera oramai da tempo a Udine. E’ dagli anni ’80 che espone in Italia e all’estero in una serie di rassegne pittoriche collettive e personali che hanno messo sicuramente in rilievo la propria dedizione alla sfera figurativa in cui il senso del vero decade simbolicamente in nome di un’espressività spirituale che la riaggancia al mondo classico. Sappiamo di lei infatti che si è diplomata al Liceo Classico Stellini e questo le ha dato ovviamente una marcia filosofica in più consentendole di approfondire per mezzo della pittura una serie di linguaggi distanti tra loro ma efficaci sotto il profilo artistico: la narrazione infatti gioca un ruolo predominante e diviene collante attraverso il quale coadiuvare il mito, la poesia, la musica in un tutto armonico senza tempo.

Questa la connotazione fondamentale su cui basare la ricerca plastica del suo operato in cui la consapevolezza tecnica della scala cromatica è temperata per scovare attraverso le sagome introspettive dei suoi personaggi lati obliati dalle apparenze: parliamo appunto di contenitori che deformano la tradizionale ricerca del vero, del bello, del giusto in qualcosa di più profondo, psicologico, innato. Ma non siamo qui per stabilire il rapporto dell’artista nei confronti dell’intimismo, della psicologia o di un innatismo preponderante. L’artista opera nell’assoluta concentrazione filtrando atmosfere che la sua cultura ha estrapolato dalle circostanze esistenziali traducendole pittoricamente nel flusso compositivo.

I contenitori appunto, divengono strutture mirabolanti che descrivono il senso interiore svuotato dei connotati superficiali sino a deformare la carcassa di quello stereotipo messo in campo e da questo costrutto ideale l’atmosfera ancestrale prende il sopravvento sul tutto spingendo la raffigurazione oltre i propri limiti al margine tra il grottesco ed il caricaturale. Ecco venire in superficie i mostri goyeschi di una realtà in costante trasformazione in cui le maschere del tempo o delle mode fugaci slittano inciampando nelle proprie contraddizioni e nei controsensi illogici.

L’operazione della Contento consiste proprio nel tradurre la dimensione reale/apparente, in quella reale/vera giungendo così ad un possibilismo fuorviante che snatura gli eroi eterei di un mondo idealizzato in antieroi sconfitti dalla caducità del tempo. Attua così un percorso creativo in cui la pittura narrativa affonda direttamente dentro i suoi personaggi, oltrepassando i limiti dell’immediatezza grazie al fatto di penetrare ciò che dipinge e visualizzarlo con il proprio istinto. In questo senso infatti possiamo definire il suo modus operandi come la risultante di tanta esperienza nel mondo delle arti che l’ha condotta a questa forma di espressività meta - spirituale.

La deprivazione dal mondo delle illusioni ci riporta nel mondo reale. Mai pittura figurativa è stata più realistica di questa anche se stilisticamente sembra discostarsi dalla realtà in senso stretto. 

Ciclo della Singolarità

Laphis Philosophorum - Quintessenza

La sensualità di Silvia Fucilli

 

Il Ciclo della Singolarità continua attraverso l’espressione pittorica di maestri della contemporaneità: la ricerca della Lapis Philosophorum ovvero della Pietra Filosofale stabilisce per eccellenza la Quintessenza assoluta mediante la quale viene risanata la corruzione della materia.

Secondo alcuni costituiva l’elisir della lunga vita, secondo altri determinava l’onniscienza, secondo altri ancora trasformava i metalli in oro. Nel percorso di mostre da me stabilito viene raggiunta attraverso la creazione artistica della Grande Opera quale espressione spontanea di artisti che rievocano attraverso il proprio modo di intendere il mondo il senso stesso delle cose.

Dunque le parole svaniscono innanzi al neo-creativismo offerto da questi sacerdoti della bellezza: il ciclo diviene una sorta di MUTUS LIBER, il celebre Libro Muto comparso esattamente nel 1677 da un autore misterioso denominato Altus che lo pubblicava a la Rochelle. In questo testo corredato solo di immagini l’intera filosofia ermetica veniva rappresentata da figure geroglifiche, consacrate al tre volte ottimo dio misericordioso e dedicato ai soli figli dell’Arte da un autore il cui nome è Altus. Questo diceva il frontespizio del testo organizzato in quindici tavole quante saranno le mostre di questa rassegna pittorica.

Nella pubblicazione originale le quindici tavole erano senza commento (stessa cosa viene fatta nell’organizzazione delle quindici mostre dedicate ai quindici maestri) per il fatto che nella consuetudine degli alchimisti le immagini rappresentavano un linguaggio a sé stante in cui non era necessario l’ausilio delle parole grazie al fatto che questi segni proiettassero il ricercatore verso la conoscenza interiore per mezzo dell’intuizione.

Fenomeni comparabili alla visione junghiana nell’analisi degli archetipi quali strumenti necessari per la comprensione dell’inconscio, della consapevolezza del Sé e del proprio essere nel mondo.

Questi i presupposti dopo le mostre precedenti dedicate a Franca Sacchi, a Victor Manole, a Clara Marchitelli Rosa Clot, Francesco Rosina ed al maestro Etto Margueret.

Ora ci troviamo in relazione ai moti sensuali messi in campo dall’artista ligure Silvia Fucilli.

Nel suo modo di concepire l’arte, la donna diviene centro nevralgico della seduzione mediante la quale attrarre lo sguardo dello spettatore risvegliando in lui il concetto stesso del desiderio.

La donna viene descritta mediante la sua eleganza, il suo totale distacco dal luogo fisico in cui è confinata e la bellezza totale la eleva ad icona atavica che domina la scena del mondo raggiungendo così la propria divinazione e potenza.

Premesse necessarie per entrare in contatto con opere emblematiche che approfondiscono sempre di più un discorso che apparentemente potrebbe risultare superficiale data l’immediatezza del linguaggio ma che a mano a mano diviene sempre più complesso ed eterogeneo.

Partiamo dall’idea che la sensualità, la seduzione così come poi l’erotismo costituiscono un’arte assoluta innata negli esseri umani e si sviluppa attraverso segnali del corpo mediati dalla postura, dalla mimica, così come dai gesti o dal modo di vestire.

La Fucilli coglie questa serie di messaggi spontanei o indotti dall’esperienza femminile quale forma vettoriale di un linguaggio indiretto che in molti casi si trasforma in arma seduttiva capace di conquistare e trasformare la realtà delle cose e fissa atteggiamenti antropologicamente o sociologicamente riconoscibili grazie al fatto di fissarli attraverso il sapiente ausilio della pittura.

Ciclo della Singolarità

I VISILUNGHI

Mostra Personale di Etto Margueret

28 dicembre 2018 - 9 gennaio 2019

 

Il ciclo della Singolarità dimostra la ricerca della Quintessenza, ovvero della Lapis Philosophorum attraverso l’artista valdostano Ernesto Margueret, in arte ETTO. Oramai ottantanovenne ne ha viste tante nel mondo dell’arte: ha assistito alla trasformazione del vecchio mondo attraverso un radicale mutamento del linguaggio artistico intriso di sperimentazioni informali, concettuali e di stampo post-modernista.  Proprio per questo ha sempre mantenuto uno stile giovane, innovativo, unico. Prima di introdurre il suo percorso è fondamentale fare una premessa: dipinge da tempo ed è capace di tradurre il mondo attraverso la propria visione personale.

La produzione della ritrattistica del maestro consiste nel proporre volti della realtà sino al loro progressivo allungamento: pratica che definisce nel ciclo dei visilunghi.

Ecco come l’ordinario viene stravolto in nome di una forma di originalità e riconoscibilità da parte del pubblico.

Nato a Saint-Rhémy-en-Bosses il 31 luglio 1929. Nel 1947 si trasferisce a Parigi dove rimane per 25 anni. Durante il tempo libero ama frequentare i pittori di Montparnasse, di Montmartre e di Place du Tertre, appassionandosi all’arte. Affettivamente legato alle proprie origini valdostane, incomincia a scoprire dei bassorilievi in legno che conserva tuttora, ma l'incontro con il pittore Alphonse Perron, lo avvicina definitivamente alla pittura. Con lui instaura un profondo rapporto professionale e di amicizia.

Nel 1972 ritorna nella sua amatissima Valle dove, insieme alla moglie, apre un ristornate: La Chaumière, che lo impegna completamente. Il vissuto a contatto con gli artisti parigini non è dimenticato e più tardi, a quando gli impegni lavorativi si alleggeriscono, riaffiora e lo spinge a riprendere in mano i pennelli. Ricomincia così a dipingere e a esporre ritratti piuttosto insoliti e originalmente 'allungati', nel suo locale.

Gli amici pittori che lo incontrano, come Enrico Ciappei, lo invitano a continuare quel suo stile così particolare. Nasce la 'Tribù dei Visilunghi', un insieme di volti di personaggi conosciuti e non, dipinti su tele di venti centimetri per cento. Con la Tribù gira per l'Italia e all'estero. La Désarpa-expo 2004, gli offre l'opportunità di cimentarsi con un soggetto nuovo per la sua pittura, ma molto conosciuto nella sua vita: la mucca. Le opere presentate in questa mostra sono state create da Etto appositamente per questo evento. Riedita in chiave pop volti di personaggi famosi o sconosciuti personalizzandoli mediante uno stile originale che lo contraddistingue dagli altri pittori. Questi elementi tratti dalla sua biografia ci dicono tutto: nato nel periodo della Grande Depressione, ha attraversato lo stravolgimento bellico della Seconda Guerra Mondiale sino all’interminabile Guerra Fredda che ha ulteriormente radicalizzato il processo di Globalizzazione.  Ma lui ha mantenuto un discorso personale proprio nell’epoca del cambiamento. L’arte contemporanea ha infatti connotato i postulati del modernismo  basato appunto sulle sperimentazioni cromatiche, formali, realizzative sino alle conseguenze estreme dell’espressione stessa: elementi presi a suo tempo in considerazione dallo storico dell’arte Arthur Danto sostenendo che il modernismo fosse giunto al suo stesso compimento prendendo come punto di riferimento le scatole brillo di Andy Warhol che segnavano la fine tra l’oggetto artistico e non artistico. In altre parole dalla filosofia post-duchampiana che definiva la possibilità di trasformare ogni oggetto in opera d’arte alle poetiche poveriste,  minimali sino alla Transavanguardia l’arte ha raggiunto tappe di sperimentazione estreme in cui il soggetto pensante, ovvero l’artista è divenuto centro inesorabile della sua opera. Margueret è tutto questo. 

Lontano dalle favole

Mostra personale di Francesco Rosina 2018

23 novembre 2018 - 23 dicembre 2018

 

Arrivati a questo punto dei cicli espositivi messi in campo da Rinascenza Contemporanea credo sia necessario mettere in mostra un artista con la A maiuscola: Francesco Rosina. Lui è diverso dagli altri. Ho visto una serie di lavori realizzati da lui presso una mostra collettiva realizzata a Palazzo Zenobio esattamente nel mese di febbraio, quando Venezia era invasa dalle maschere e dai figuranti. Ebbene in quella fiera delle vanità i suoi lavori realizzati in bianco e nero si distinguevano dagli altri riportando l’attenzione su uno stato interiore dei soggetti rappresentati che inducevano l’osservatore a porsi delle domande: chi sono? Da dove vengo? Verso cosa vado?Una sorta di caleidoscopico viaggio tra il simbolismo atavico del bianco e del nero appunto, che spinge la ragione oltre i propri confini circoscritti consentendo allo spirito di librarsi con cautela tra i surrogati dell’effimera materia e riscoprire filosoficamente il proprio ego smascherato pittoricamente dai giochi fittizi della concettualità o dalle metafisiche visioni oniriche dell’odierna pittura che molte volte mira a stupire più che a toccare o smuovere l’osservatore in cerca di qualcosa in cui configurarsi o misurarsi superficialmente.Queste sono state le subitanee conseguenze di un ragionamento che mi ha spinto a contattarlo telefonicamente ed invitarlo ad esporre da me qui a Torino in questa mostra personale di fine 2018. Sentendo dall’altra parte della cornetta telefonica la sua voce, ci siamo capiti subito: io credevo nella sua arte e lui nella mia filosofia di arte e ci siamo ritrovati.Ed eccoci in questa magnifica personale dal titolo da lui richiesto: Lontano dalle favole! Dice tutto: lontano dalle illusioni, dalla frenesia di un mondo perfetto, dagli stereotipi che nutrono l’ego.La pietra filosofale di Francesco Rosina consiste proprio in una sorta di viaggio siderale dentro sé stesso: la sua è una pittura pura, diretta, introspettiva nel senso che colpisce l’osservatore consentendogli di guardarsi dentro e porsi le domande sopradescritte. La risposta? Nei limiti formali dettati da sagome figurative in cui il bianco ed il nero dialogano nell’eterna conflittualità dell’anima tra il bene ed il male, tra la vita e la morte, tra le zone di luce e di ombra l’uomo, semplicemente l’uomo resta confinato in una zona d’ombra quasi come se una luce abbagliante lo mettesse in primo piano svelando tutte quelle sfumature altrimenti invisibili al semplice sguardo umano.

Entriamo così in una zona della psiche non immediatamente percepibile o traducibile dalla semplice superficialità: partiamo dal presupposto di vivere in una civiltà al limite della sua evoluzione tecnologica, morale, culturale incapace dunque di approfondire l’essere umano dilatato in tutte le sue potenzialità al punto da farlo decadere nel limbo dell’incomunicabilità per quanto elevata sia la possibilità di essere costantemente connesso con la realtà digitale. Fattori che lo richiudono nella bolla del silenzio, dell’appagamento e della passività in cui avere sostituisce l’essere e l’oggettivazione conseguente di questo processo socio-antropologico si chiama individualismo. 

Ciclo della Singolarità.

Lapis Philosophorum - Quintessenza

Bussando alle porte del Paradiso.

Mostra Personale di Clara Marchitelli Rosa Clot.

 

Restando legati al concetto estetico di pittura intelligente attraverso la quale raggiungere le zone profonde dell’animo umano possiamo affrontare una retrospettiva dell’artista piemontese Clara Marchitelli Rosa Clot.

La sintesi della sua arte è già nel titolo: Bussando alle porte del Paradiso.

Indica un anelito all’infinito ovvero a qualcosa che parte dal basso, dalla terra, dal concreto per innalzarsi alle sfere celesti di un universo assoluto, divino in cui l’anima giunge dopo infinite tribolazioni, reincarnazioni o patimenti di un corpo che nel corso del tempo è stato logorato dalle afflizioni fisiche e morali sino all’estasi infinita, alla liberazione ultima attraverso la quale ogni cosa terrena perde progressivamente significato perché illuminato dalla luce infinita della bellezza.

Se immaginiamo le porte del Paradiso abbiamo questa sensazione di un prima e di un dopo, di un al di qua e di un al di là di un’ipotetica barriera metafisica da oltrepassare per essere in qualcosa di nuovo.

La nostra Marchitelli dipinge da sempre coltivando uni interesse intimo verso le filosofie orientali, le ricerche spirituali od esoteriche che hanno coinvolto la propria sperimentazione: vie che si sono intrecciate sempre all’arte in un percorso fervido, palpabile, misterioso.

La sua arte abbraccia tutte queste caratteristiche in un comportamentismo esecutivo di cui i diversi caratteri figurativi intersecati tra loro creano un rebus simbolico di rimandi archetipici fondati sul desiderio di instaurare con l’osservatore un varco dimensionale atto ad aprirgli vie innate altrimenti obliate. Dunque ogni opera è concepita come una sorta di caleidoscopio ancestrale mediante il quale l’osservatore può cambiare direzione interpretativa a seconda delle chiavi simboliche messe a disposizione dalla propria sensibilità interiore.

Pensiamo ad opere in cui rievoca personaggi del mondo dello spettacolo: Marylin Monroe ad esempio in una serie di acquerelli viene estrapolata dal suo contesto di riferimento e riproposta secondo il proprio grado di sensibilità in dimensioni alternative di cui l’immagine che noi tutti riconosciamo è oramai superata: vediamo nei primissimi piani così come nella posa distesa sul letto l’angoscia della Donna ancor prima della star, dell’essere sensibile, sofferente, trasognato oltre il proprio status sociale.

Ma questo è solo un esempio.

Oltre la maschera la Marchitelli indaga l’anima delle cose svelando aspetti remoti non immediatamente riconoscibili. Solo uno spirito sensibile come il suo è in grado di oltrepassare queste barriere formali dettate dalle strutture culturali o dai codici estetici imperanti e dirci tra le righe ciò che percepisce mediante questa sensitiva capacità di mettere a nudo.

Pensiamo a capolavori di cui ho già avuto modo di descrivere su giornali od in altre mostre retrospettive interamente dedicate a lei: Alice nel paese dell’Infanzia ad esempio in cui l’artista rappresenta una splendida fanciulla dal vestito scarlatto di nome Alice che gioca sull’altalena spingendosi con le gambe avanti e indietro, su e giù. Ecco la rappresentazione simbolica del tempo che scorre mutando gli stati interiori attraverso una staticità progressiva determinata dal finto dinamismo. La testa rovesciata dell’infante determina questo stravolgimento della realtà ammonendo lo spettatore di essere giunto in ritardo all’appello: l’età dell’innocenza è finita e questo perché abbiamo corrotto il valore stesso della Creazione perdendo i riferimenti della purezza.

Ciclo della Singolarità-

Lapis Philosophorum. Quintessenza.

Mostra Personale di Victor Manole.

Presenta il Critico d'Arte Andrea Domenico Taricco.

 

L’abilità pittorica ed esecutiva di Victor Manole fonde i propri presupposti realizzativi su un dono di natura concepito mediante il fare arte: connotazioni che spingono il giovane artista a realizzare una serie di opere altamente spontanee e sentite per mezzo della pura ispirazione esecutiva. La sua tecnica è immediata nonostante interventi successivi all’opera definitiva quasi come se l’opera vivesse e dal momento che la riporta in superficie il pittore dovesse tenerla sveglia ed interagire su di essa finché è in fase di elaborazione tecnica.  Il disegno preparatorio è solo un supporto ideale sul quale elabora nel corso della costruzione il proprio progetto pittorico: su questa traccia concettuale Victor elabora sapientemente il colore e da qui connatura flussi compositivi atti ad esaltare gestualmente il proprio stato interiore. Un segno, un gesto ed il colore entra in contrasto con il proprio complementare; i primari svelano una scritturalità emozionale dell’artista che interagisce come un maestro datato sino a quando la potenza espressiva dei colori permea questo livello ieratico del fare: nessun rumore, accenno alla realtà, nessuna paura.

I volti dei suoi personaggi vengono colti nell’immobilità di una pausa eterna in primo, primissimo piano quasi ad escludere la verbalità del corpo oramai risucchiato dal mondo ordinario: quello che è dentro la tela sancisce nell’artista l’essenza di un’espressione vivente che non può essere rinviata a qualcos’altro. Ecco allora il suo desiderio di autenticità rappresentativa che parte come dicevamo dalla traccia figurale per poi evolversi in un divenire temporale costituito da gesti pittorici in cui il colore descrive il senso stesso della posa sino a maturarla e proiettarla in avanti oltre le terre esplorate dalla ragione. Victor procede in questo modo. Dunque il concetto di espressionismo pop non vuole caratterizzare o definire un senso di immediatezza esecutiva parcellizzata in una serialità ripetitiva, iconizzandola a prescindere dalle tendenze culturali o dalle proiezioni formali dettate dall’arte contemporanea.

A parte il fatto che l’arte è sempre contemporanea: in ogni epoca ed in ogni dove ogni artista, genio od artigiano ha sempre espresso mediante gli strumenti del proprio tempo il proprio modo di vedere il mondo sino a riformalizzarlo descrivendolo mediante il proprio sguardo acuito dall’individualistica capacità di fissarlo e trasmetterlo ai posteri.

Un’operazione complessa che da una parte storicizza tutto un insieme di documenti creativi che stabiliscono una moda, una tendenza, una corrente. In questo caso caliamo nel calderone estetico dello stilema tipico e riconoscibile da tutti secondo un grado di collettività oggettiva. Dall’altra parte lo stilema raggiunto viene personalizzato al punto da essere stravolto, irriso, destrutturato e ripristinato in maniera tale che l’individualistico senso di rapporto alle cose predomini sull’oggettività sconfiggendola o addirittura corrompendola.

Osservando le opere di Manole, nonostante la sua giovane età, comprendiamo che lo stilema espressionistico ricondensato stilisticamente mediante l’oggettualità o serialità Pop venga progressivamente stravolto de – Popizzando, de- espressionizzando le tendenze avanguardistiche o sperimentali del secolo precedente perché la tecnica diviene per lui strumento e tavolozza ideale per fuoriuscire dagli schemi culturali dai quali è partito. In questo modo l’arte ed in maniera ancora più intima la pittura viene utilizzata come vettore creativistico mediante il quale poter dialogare con sé stessi e di conseguenza con gli altri limitati magari a riconoscere superficialmente ciò che ha realizzato.

CICLO della Singolarità

Lapis Philosophorum. Quintessenza.

Mostra Personale di Diego Burigotto.

1 settembre 2018 - 12 settembre 2018.

Presenta il Critico d'Arte Andrea Domenico Taricco.

 

Il Ciclolo della Singolarità, dopo la mostra dedicata all’artista lombarda Franca Sacchi, spalanca le proprie porte ad un altro artista significativo da un punto di vista stilistico: Diego Burigotto. Secondo queste premesse il ciclo offre la possibilità ad artisti differenti di esporre i propri lavori artistici in nome di quel momento di singolarità cosmologica attraverso il quale esplode la propria creatività che nel gergo alchemico corrisponde nella ricerca della Quintessenza, ovvero della Pietra Filosofale capace di risanare la corruzione della materia. Parliamo cioè di un risultato mistico che definiva la sintesi di due polarità contrapposte: il mercurio rappresentate della dimensione passiva e lunare  e dello zolfo, ovvero di quella attiva e solare.

In altre parole veniva letto a partire dal platonismo come la forza primigenia della materia che popolava le idee attraverso la quale avveniva l’incontro e lo scontro tra lo spirito e la materia, nella perfetta corrispondenza tra Micro e Macro – Cosmo consentendo così ai metalli disseminati sulla terra di divenire Oro. Torniamo così ad una forma espressiva primitivista secondo la quale la matrice Pop riporta in luce le novecentiste forme Street traducendole in qualcosa di nuovo, immediato, concettuale.

Parliamo infatti di una forma di arte materico-figurativa in senso Pop appunto, in cui la potenza espressiva del gesto ci immerge direttamente nella Street-Art affondando conseguentemente nelle dimensioni futuristiche di Boccioni sino alle sperimentazioni avanguardistiche di Fernand Léger, segnando un grado specifico di emozione generata dal senso della memoria spinta oltre le proprie conseguenze. L’esteriorità in questo senso traduce l’universo interiore.

Da qui tutto comincia convertendo gli aspetti più intimi del suo percorso individuale in qualcosa di unico e tangibile. L’aspetto istintivo, diretto, immediato dei suoi lavori costituiscono quindi la tavolozza ideale attraverso la quale l’artista esprime il senso delle cose: una sorta di linguaggio universale, ancestrale, primitivo che ha segnato la prima tappa stilistica del suo percorso.

Attraverso gli anni ha maturato una linea interpretativa della figurazione astraendola progressivamente. Ecco venire alla luce figure che richiamano la realtà pur se alla radice resta forte un’impronta libera, astratta o addirittura informale.

Razionalità ed irrazionalità si compenetrano come lo spirito e la materia, come il Micro ed il Macro. Esattamente come la Quintessenza che spiegavamo sopra in cui veniva accelerato il percorso naturale delle cose intervenendo mediante una forma di trasmutazione e combinazione. Presupposti che ci mettono in diretta connessione con l’artista veneto che dipinge oramai da anni: nasce a San Donà di Piave (Ve) nel 1962 anche se sappiamo che vive e lavora a Desenzano del Garda. Ha frequentato l’Istituto d’Arte dei Carmini di Venezia esponendo in numerose mostre pensando a al GameC di Pisa, al Museo Diocesano di Gubbio sino alla Crypt Gallery di Londra e poi a Roma, a Pescara, Napoli, Treviso, Padova ed a New York.

Osservando i suoi lavori si avverte la sensazione di penetrare lo spazio attraverso la materia e rifrangerlo concettualmente sino al proprio annientamento. Il tempo perde le proprie connotazioni e le dimensioni si dilatano incommensurabilmente.

In questo senso il fruitore compie l’operazione ulteriore di rilettura mediante la quale si aggancia a queste piattaforme ideali per elaborare le proprie disamine intellettuali.Ma partono dal cuore.  Burigotto genera contenitori formali in cui le cromie dilatano gli spazi secondo un percorso emotivo proprio di quel ricordo scatenante che traduce le sensazioni pure in atti fisici che attraversano gli spazi siderali. In questo stato di cose la razionalità e l’irrazionalità abitano lo stesso contesto, la stessa opera, la stessa persona. Ecco l’origine della dualità. Luce ed ombra. Vita e morte. Il nostro cervello è binario e la radice della nostra logica è determinata dalla consapevolezza del codice binario che permea i risvolti del linguaggio informatico e della realtà materiale in cui si trova l’uomo contemporaneo. In questo senso sembra di ritornare al Simbolo celato dal fluire dei colori in moti dell’animo rimarcando la strada degli Archetipi espressa da Jung: ma l’emozione dell’impatto spontaneo resta forte scavalcando qualsiasi forma di interpretazione od analisi razionale.

CICLO della SINGOLARITA’

L’Essenzialità Figurativa di Carla Sacchi

22 giugno 2018 - 22 luglio 2018

Andrea Domenico Taricco

 

L’arte di Franca Sacchi è stata definita Figurativa Essenziale per il fatto insito in sé stessa di esprimere mediante la figurazione, quale strumento di riconoscibilità del mondo ordinario di un’essenzialità realizzativa che rievoca stati interiori del suo divenire emozionale carico di tutte quelle trasposizioni emotive che divengono nel tempo. 

Attiva nel mondo dell’arte a partire dagli anni ’70 ha sempre dipinto pur affrontando l’universo creativo/compositivo sia nel mondo della musica ed in maniera specifica la musica elettronica di cui è stata forse una delle prime donne ad attraversare un universo artistico prettamente maschile sino poi a proseguire direttamente nel pianoforte così come nel Canto Gregoriano. La sua arte musicale si è cimentata attraverso la sperimentazione elettroacustica che l’ha condotta ad attraversare tutta l’Europa. In questo ambito si mosse tra l’Office de Radiodiffusion Télévision Francaise di Parigi ed il rinomato Studio di Fonologia Musicale Rai di Milano. Stiamo parlando di personalità storiche che lo frequentarono pensando a Luigi Nono sino a John Cage. L’eclettica milanese è stata una bambina prodigio: il suo orecchio assoluto ha sviluppato in lei il desiderio di attraversare innumerevoli forme di ricerca partendo dalla musica, attraverso la danza e di conseguenza la pittura. 

La noia ha determinato nell’artista milanese il desiderio di andare oltre: nel 1975 abbandona la rigida composizione e passa all’improvvisazione raggiungendo quella forma di espressione che chiama Enstatica ovvero un modo di concepire la musica, la danza o le arti in generale affinché partano da dentro ripristinando le proprie funzioni originarie.

In altre parole afferma:”…non c’ esaltazione della personalità, né il divismo ma si tratta di coincidere realmente con Sé, non di aderire a qualcosa di prefissato…”. Parliamo di un esperimento creativo finalizzato a ricongiungere l’essere pensante a sé. Questa matrice ideale la traspone anche nella pittura.  Eppure è da poco che ha deciso di esporre le sue opere pittoriche: pensiamo ai Racconti dell’Es in cui il desiderio di esprimere qualcosa di profondo come nel caso del Grande Larice per mezzo del quale si intravvede un carattere forte attraverso esperienze personali che hanno sicuramente plasmato la sua fragilità: la chioma infatti tende ad estendersi nello spazio circostante mostrando in trasparenza un tronco possente alla radice ma via via snellito sino alla sommità mentre le radici vengono quasi nascoste svelando questo senso di occultamento per le origini, il passato essendo lo strumento archetipico fondamentale per intendere il proprio grado di sicurezza. Elementi ancora più evidenti nei Pini marittimi in cui sono tre ed in prospettiva i tronchi spessi degli alberi che definiscono i propri livelli di parentela e di accettazione della realtà esteriore in cui contano gli affetti sinceri.

L’uso delle chine in contrasto all’oro definiscono una dimensione interiore di forte impatto emotivo consentendo allo spettatore di avere ulteriori dati strutturali per accedere al senso delle sue composizioni a volte scarne, a volte drammatiche ma ricche e vitali in altri contesti: l’ombra della china, quasi il nero dell’assenza lotta contro l’oro che impreziosisce di una luminosità archetipica il tutto.

Luce contro tenebre.

La sua arte è viva, palpabile, sincera anche se i contrasti sperimentali dettati dall’equilibrio plastico delle forme simbolizzate non espressamente dal colore ma dall’elaborazione della luce, stabiliscono il rapporto tra la presenza e l’assenza, tra la luce e l’ombra, tra la pienezza ed il totale svuotamento dell’osservatore assorbito dai suoi lavori. 

La figurazione rappresenta solo uno strumento attivo di simbolizzazione ancestrale mediante la quale l’essenza stessa del proprio Io tende a frantumarsi svelando tracce di universi altrimenti sepolti.

Ciclo PLEROMANTICO

CICLO PLEROMANTICO.

10. Il simbolico viaggio terreno dell'eroe.

Mostra Personale di Marco Creatini.

19 maggio 2018 - 19 giugno 2018

 

La Terra rappresenta simbolicamente e materialmente il luogo fisico, la dimora d’origine dell’umanità. Secondo le cosmogonie occidentali rappresenta la zona fredda e secca alchemicamente attribuita al quattro definisce il punto di arrivo degli alti tre elementi: là dove il fuoco creava e l’aria stabilizzava i presupposti della creatio fino all’acqua che tipizzava questa propensione la Terra alfine definisce un nuovo punto di partenza.

Nella mitologia greca così come dalle Sacre Scritture Dio/ Prometeo forgiò l’uomo dal fango ed i filosofi antichi  definivano la terra elemento essenziale alla composizione della vita fisica: Platone attribuirà alla Terra l’immagine del cubo.

Elemento perfetto e concreto vive contemporaneamente nei suoi tre regni: minerale, vegetale ed animale. Rappresenta il luogo primordiale, la Madre di tutte le cose. Nelle culture di stampo matriarcale infatti, era il principio di tutte le cose tangibili, la Grande Madre feconda agli interventi del Cielo: essa feconda il seme del dio e ne dà potenza magica consentendo alla materia di germogliare.

Nel concetto della Terra si snodano elementi esoterici pregnanti come la caverna che consente l’accesso nelle viscere della terra ed è quindi un passaggio per l’oltremondo. In genere le caverne sono luoghi oscuri e talvolta pericolosi, dove la luce del sole non giunge e quindi più a contatto con le potenze telluriche. Nella sua funzione di matrice la caverna è usata nei riti iniziatiti di passaggio, dall’oscurità alla luce, dall’ignoranza alla conoscenza.

L’immagine della valle richiama l’utero della terra, ricettacolo delle forze. È dunque un luogo di fecondità e di trasformazione.

La montagna è la manifestazione dell’immobilità e dell’immutabilità è un luogo che favorisce la calma e al contemplazione. Inoltre è un luogo sacro essendo la dimora degli dei in tutte le tradizioni mitologiche. Simbolicamente rappresenta l’ascensione spirituale. Infatti maggiore è l’altezza della montagna, maggiore è la vicinanza ai cieli.

La foresta è il luogo sacro e iniziatico per eccellenza, manifesta la natura nella sua straordinaria ricchezza, ma anche nella sua terribile ostilità, in quanto è un luogo oscuro dove non penetra la luce. Come aspetto iniziatico, la foresta è un luogo dove ci si apparta per un periodo di rigenerazione in attesa di entrare nel nuovo ciclo di vita, dopo aver superato le difficoltà interiori. Quindi la foresta rappresenta in modo allegorico l’accesso alla conoscenza, alla verità e ai misteri, che rendono l’iniziato partecipe di una saggezza durevole nel tempo.

L’albero partecipa ai tre strati costituenti l’universo: il Mondo di Sotto con le radici che sprofondano nella terra; il Mondo di Mezzo il cui tronco rappresenta il piano di superficie; il Mondo di Sopra quello degli dei con i rami che si tendono verso i cieli. Legato alla concezione del cosmo, l’albero è immagine dell’ascesa verticale verso i Piani Alti e, come tale, fondamentale e di grande importanza nelle civiltà antiche. L’albero assume in sé i concetti di saggezza, sacralità e potenza divina, oltre che mezzo di trasporto attraverso gli stati dell’essere e del cosmo. Spesso nei miti nordici, il guerriero o l’eroe vengono paragonati ad un albero, a simboleggiare la nobiltà dell’essere. I rami nutriti dalla linfa che sale dalle radici, con i suoi frutti, possiede la forza vitale dell’albero stesso.

In tutto questo emerge l’opera dell’artista Marco Creatini. Nato a Bollate ( Mi) frequenta il Liceo Artistico di Torino sino all’Accademia di Belle arti di Torino approfondendo il suo lavoro nello studio del maestro Antonio Nunziante. Da qui un periodo di esposizioni in mostre personali e collettive che gli consentiranno di approfondire ed evolvere il suo stile pittorico.

Il suo neocreativismo consiste nel fatto di spingere avanti gli elementi che derivano dalla tradizione metafisica ed onirica sino ad estreme conseguenze ideali: la carica ideale parte dalla materia e la astrae in simbolismi espressivi di cui la realtà ne rappresenta solo il punto cardine dal quale partire e condensare in slanci puri di un’arte nuova. 

Ciclo Pleromantico.

9. L'Acqua ed il mito della Creazione.

Mostra personale di Anna Actis Caporale.

13 aprile 2018 - 10 maggio 2018.

 

Associata in alchimia al numero due, l’acqua costituisce l’antitesi al fuoco determinando l’aspetto negativo nel senso di passività e sottrazione. Sappiamo che anticamente Talete sosteneva che l’acqua fosse il principio della vita quindi della dimensione umida che portava alla Terra. Concezioni sviluppate da Empedocle che la ridimensionò agli altri tre elementi sino a Platone che la rappresentò con l’ottaedro, il solido filosofico. Da qui fu Aristotele a formulare la contrapposizione degli elementi complementari disponendoli concentricamente intorno al centro dell’universo: secondo questa visione nell’acqua c’era la componente fredda e umida contrapposta al fuoco sradicando l’etere dall’aspetto materiale ed innalzandolo a sostanza divina.

Nel Timeo Platone l’associò ad un icosaedro ovvero un oggetto solido costituito da venti triangoli equilateri.

Questo elemento rappresenta il femminile per eccellenza.

E’ infatti adattabile alle variazioni, passivo e ricettivo: dalla sorgente da cui nasce discende attraverso i fiumi sino a sfociare nei mari e da qui evapora sino a tornare in pioggia alle fonti.

Il senso della purificazione viene caratterizzato dal rito sacro del battesimo e per questo definisce la virtù e la temperanza.

Il suo periodo è l’autunno.

Secondo queste concezioni l’elemento dell’acqua ha valenza esoterica, matrice di esistenza dal liquido amniotico al brodo primordiale della vita .

Queste le premesse simboliche che ci spingono verso Anna Actis Caporale.

Figlia d’arte pensando al padre ed a suo fratello vive a Mazzè in cui lavora mantenendo le opere di famiglia.

Artista/fotografa spazia dall’universo figurativo sino a manifestazioni sperimentali che ispirano la genuinità del suo linguaggio espressivo.

Assidua viaggiatrice l’arte diviene lo strumento ideale per catalizzare la sua mobilità ideale prediligendo l’attimo alla cristallizzazione passiva del colore in forme predeterminate.

A volte fotografa la realtà per poi fissarla sul supporto: lo stile paterno è stato dall’artista piemontese via via abbandonato ritrovando gradualmente una propria forma di espressione sempre più personale.

L’impreziosire le opere di dettagli sino ad esasperarne l’aspetto mistico induce lo spettatore a calarsi in dimensioni bizantineggianti in cui una sorta di iconizzazione simbolica trasla l’apparente realtà di riferimento nella consapevolezza di una bellezza sottile, nascosta, occulta che lei artisticamente riporta in superficie.

Ecco allora le atmosfere naturali trasformarsi in strutture artificiose che mettono in evidenza la natura sottesa, la griglia compositiva della materia attraverso la quale ciò che non è immediatamente percepibile dallo sguardo dell’osservatore viene a galla.

Una sorta di mistica rivelatoria, di epifania compositiva in cui ci troviamo a diretto contatto con l’aura mistica di qualunque cosa abbia colto la sua sensibilità ed abbia sviluppato in lei la volontà di sradicarlo dal contesto di riferimento e metterlo in  luce.  

La sensibilità dell’artista ricorda la stessa dell’acqua: se pensiamo alle ricerche del professore Masaru Emoto, scienziato e ricercatore giapponese il quale ha studiato i cristalli che compongono l’acqua sottoponendoli a frequenze differenti ha scoperto che reagiscono diversamente poiché l’acqua è in grado di registrare vibrazioni di energia estremamente sottile definita nella filosofia giapponese Hado.

Affermò il ricercatore prima di morire all’apice della scoperta: Hado, la più piccola unità di misura dell’energia, e la nascita del cristallo.
Hado è una parola giapponese che significa “cresta dell’onda”. Questo termine indica la vibrazione energetica estremamente sottile che è all’origine della creazione. Grazie all’incontro con il dottor Lorenzen e all’utilizzo della M.R.A. (Magnetic Resonance Analyzer), una macchina in grado di misurare l’intensità di Hado, ho potuto dimostrare che l’acqua può migliorare le condizioni fisiche delle persone. Successivamente la mia ricerca si è focalizzata sulle immagini dei cristalli di acqua ghiacciata. Il cristallo d’acqua è il segno che rende visibile l’influsso di questa sottile vibrazione, non visibile all’occhio umano, ma in grado di influenzare la materia.L’acqua ci ascolta, memorizza sul suo nastro magnetico le vibrazioni dei nostri pensieri e delle nostre emozioni e ci risponde nel linguaggio figurativo dei suoi cristalli. Questo dialogo con l’acqua consapevolizza e porta a galla l’immagine di ciò che siamo
”.

Questo è il senso ultimo di questa intelligenza naturale.

Anna Actis Caporale agisce creativamente in questo modo: reagisce agli stati circostanti della materia proiettando artisticamente le sue sensazioni, le sue emozioni così come le proiezioni intime intervenendo con i colori, con la manualità, con le forme che non rappresentano ciò che la circonda ma fissando archetipicamente ciò che la tocca nel profondo.

 

E l’osservatore sarà così indotto a compiere lo stesso percorso.

CICLO PLEROMANTICO.

8. L'Intangibilità dell'Aria.

Mostra Personale di Margherita Cavanna.

L’intangibilità dell’aria preclude un senso estatico di bellezza che tende progressivamente alla sua indeterminazione per quanto forte e consistente. Sono questi i connotati che mi hanno spinto ad apprezzare l’arte di Margherita Cavanna.

Prima di affrontarla da un punto di vista estetico è fondamentale descrivere secondo lo schema del Tetraktis pitagorico cosa viene inteso per Aria in senso stretto.

Alchemicamente mediatrice tra il Fuoco e l’Acqua, l’Aria costituisce un punto di equilibrio tra gli opposti determinando un concetto di neutralità ovvero un corrispettivo tra il positivo ed il negativo, tra l’attivo ed il passivo prefigurando all’elevazione pura.

Era definita luogo ideale della fantasia e della spiritualità valorizzando la qualità dell’umido e del caldo in contrapposizione alla Terra secca e fredda. Connotazioni che la relazionavano simbolicamente al triangolo ed al numero 3. Elementi che la mettono in relazione alle Silfidi, ovvero divinità germaniche del vento e dei boschi che potevano essere incontrate in luoghi mitici caratterizzate da un’apparente timidezza che nascondeva una potenza sconsiderata. Paracelso le definì silvane prendendo spunto dalla Cabala. Secondo questa tradizione l’Aria abbinata al Fuoco dava vita allo zolfo dei filosofi ovvero all’Azione, alla coscienza, all’individualità espresse dalla mascolinità del Sole mentre se era abbinata all’Acqua determinava il Mercurio dunque alle caratteristiche femminili della Luna. Dunque zolfo per combustione e mercurio per plasticità. I connotati di trasmutazione della materia delineavano nell’aria i segni celesti dei Gemelli, della Bilancia e dell’Acquario.

Queste interpretazioni discendevano dalla visione filosofica tradizionale secondo la quale essa definiva l’archè, il principio che poi Empedocle caratterizzerà come Radice equidistante dagli altri tre elementi. Questi connotati furono affermati da Platone sino al suo allievo Aristotele che divise gli elementi stessi in coppie complementari disponendoli concentricamente al centro dell’universo sino a formare la sfera sublunare: fu lui a separare l’aria dall’etere considerandolo di sostanza divina e formativa per le stelle celesti.

Secondo questo schema tra il secco ed il caldo veniva generato il fuoco (la coscienza) e tra il caldo e l’umido sorgeva l’aria (il mentale). Dunque tra Fuoco ed Aria, tra Coscienza e Mentale generava il Mercurio Filosofico ossia lo SPIRITO.

Ora tra l’umido ed il freddo generava l’acqua (l’emotivo). Dunque tra l’aria e l’acqua, tra il Mentale e l’emotivo ne derivava lo Zolfo filosofico ovvero l’ANIMA.

Infine tra il freddo ed il secco nuovamente derivava la Terra (il Fisico). Dunque tra l’acqua e la terra, tra l’emotivo ed il Fisico veniva il sale filosofico ovvero il CORPO.

In sostanza l’aria ha le stesse sembianze del fuoco ma viene bloccato nella sua ascesa dalla barra orizzontale che lo simboleggia: è lo strumento mediante il quale lo spirito dell’universo agisce.

Premesse che introduco la mostra di Margherita Cavanna fautrice di uno stile che delinea questo processo creativo intriso di passionalità in cui, secondo le combinazioni alchemiche precedenti simboleggia il rapporto tra il caldo e l’umido da cui sorgeva l’aria (il mentale). Dunque tra Fuoco ed Aria, tra Coscienza e Mentale generava il Mercurio Filosofico ossia lo SPIRITO.

C’è un alone di spiritualità nella composizione delle sue opere in cui l’elaborazione della figurazione così come la disposizione strutturale dei colori ad olio rinvia direttamente ad una dimensione Mentale. Ecco allora le figure prettamente femminili divenire parte essenziale dei paesaggi così come possiamo osservare in opere come Il cerchio della vita in cui descrive il paesaggio alberato retrostante servendosi di una figura femminile che ne incarna lo Spirito profondo.

 

Questo vale anche per altre opere come Ciao Turin, in cui la stessa figura passeggia tra i viali porticati della città sabauda od in Adolescenza in cui il simbolismo figurativo giunge ad estreme conseguenze compositive disponendo l’immagine umana sul lato sinistro della composizione in cui la timidezza, la giovinezza e la paura divengono cifre espressive dominanti per l’osservatore che si pone innanzi ai suoi lavori. Questi elementi estetici sono riscontrabili nel suo operato artistico visibile presso Rinascenza Contemporanea sino al 9 aprile 2018.

Ciclo Pleromantico

7. La sottile manifestazione  del fuoco

Mostra Personale di Ugo Sarteur

 

Il percorso della triade dell’Acqua si trasforma nella Tetrade degli Elementi di cui il Fuoco ne è il primo rappresentante.

Esso costituisce il primo dei quattro elementi secondo le cosmogonie occidentali vive sin dall’antichità e rappresenta il genere maschile. Il Sud come punto cardinale e l’attributo del secco e del caldo. Diviene quindi proiezione del Sole nell’unità sulfurea e comprende i segni zodiacali dell’Ariete, del Leone e del Sagittario.

Esso corrisponde al fuoco sacro delle antiche cerimonie misteriche in cui le più sottili particelle del creato discendevano attraverso i corpi sottili agendo dapprima sull’aspetto mentale, poi su quello astrale ed infine su quello eterico. Questo era il preludio per la trasformazione della carne per mezzo della quale avveniva la trasmutazione: ogni singola particella viene così rimpiazzata da una nuova particella mediante un processo fisiologico che corrisponde alla Legge dell’Attrazione la quale richiama atomi antichi per mezzo di una maggiore frequenza vibratoria  respingendo quelli più giovani e meno evoluti. In questo caso viene sviluppata la Legge di Repulsione.

Connotazioni queste che consentono agli atomi di elevarsi progressivamente. Nella Grande Opera avviene la sostituzione degli atomi differentemente dalla Piccola Opera in cui avviene la trasformazione consentendo ad ogni singola particella di essere rimpiazzata da una nuova: ecco la via dello Spirito mediante il quarto stadio del Tetraktis, ovvero la Terra.

In questo senso possiamo intendere la spiritualizzazione della materia: l’Imitatio Christi consiste proprio nella redenzione della materia consentendo la discesa del fuoco (lo Spirito) nella Carne (la Materia). Dunque è la materia, il corpo, il contingente l’elemento a cui mira l’opera. Nel corpo è custodita l’origine e la fine.

Premesse essenziali per leggere le opere di Ugo Sarteur.

Classe 1948 è nato a MontJovet in provincia di Aosta frequentando scuole professionali. Nell’arte è autodidatta. A partire dal 1977 inizia il suo percorso espositivo partecipando a numerose rassegne.

In lui lo spirito figurativo, favolistico comunemente designato come naif traduce l’aspetto vignettistico con la grottesca teatralizzazione caricaturale delle maschere del nostro tempo e che da sempre hanno riempito l’immaginario della collettività.

Ha spaziato con diverse tecniche pensando agli olii, all’acquerello, all’acrilico, alle chine sino all’ausilio delle terrecotte o dell’aerografo. Ha viaggiato in tutto il mondo trasponendo le sue sensazioni in qualcosa di vibrante, reale in cui la fiaba diviene linfa ipercritica di un’indagine concreta delle cose.

Ecco allora tornare i concetti precedenti relativi all’immagine simbolica del Fuoco.

Sarteur propone un’arte raffinata in cui tutto ciò che descrive il Creato viene teatralizzato ossia messo in scena sino a mostrarne apertamente le sottese malizie, incrinature, follie che si ripetono nel corso della storia e delle storie.

Mediante la gioiosa e scanzonata rappresentazione indica le cose come stanno realmente ed allora assistiamo alle isole volanti espressioni di sogni che non raggiungeranno mai la loro meta, a zattere della medusa improponibili sulle quali noi tutti con le nostre maschere navighiamo perdendoci nel marasma degli oceani sconfinati.

Ecco pagliacci, città sovraffollate o mucche volanti coronare le angosce di una realtà smarrita di cui i fantocci ne sono i depositari assoluti.

Le strade divengono simboli interrogativi di intrecci sconclusionati od i feti giacciono tra le radici di alberi che crescono al contrario. Questi mondi distorti rappresentano perfettamente l’autenticità del mondo reale con tutte le contraddizioni, le menzogne ed i paradossi in cui viviamo quotidianamente senza rendercene conto.

Tutti noi siamo menzionati nelle sue opere.

Ecco la verità del fuoco. La mistica del giusto e dell’equilibrio viene evocata dall’irrisione intellettiva dell’artista valdostano che scruta il mondo non con cinismo ma con la purezza di un animo raffinato che tenta di mettere le cose al loro posto scuotendole ironicamente.

 

Allora torniamo alla frase di Gesù citata da Matteo: Sarteur riesce a tenere nascosta una città collocata su un monte ed accende una lucerna lasciandola sotto il moggio. Tutto questo per indicare che se tutto è il contrario di tutto da qualche parte giace la Verità.

Ciclo Pleromantico

6. SALIS. La spiritualità della materia

Personale del Dott. Fulvio Bresciani

 

Andrea Domenico Taricco

 

Il sale è il terzo principio alchemico scoperto da Paracelso accanto al Mercurio ( liquido) e Zolfo ( aeriforme) e costituisce la qualità del corporeo. Definisce in sé i caratteri della purificazione, dell’incorruttibilità e della conservazione. La Sapienza eterna che aveva origine nell’Allume determina la stabilità, la combinazione tra anima e spirito, tra zolfo e mercurio, sino a indurre i ricercatori all’identificazione del sale con Lapis e Cristo, quale forma di parallelismo tra il corpo e l’anima.

Secondo queste premesse questa materia prima acquisì una natura celeste divenendo radice di tutti i corpi, ovvero il sale dei metalli: dall’oceano primordiale avvenne la divisione tra il firmamento ed il mondo sino alla successiva stabilizzazione del Creato in Micro e Macro.

Nel lavoro degli alchimisti costituiva il terzo polo per la preparazione della pietra filosofale per il raggiungimento della Grande Opera.

Queste connotazioni della materia ci rinviano subito al Dott. Fulvio Bresciani.

Laureatosi in Fisica Nucleare è stato autore di numerosi articoli scientifici sino all’elaborazione di algoritmi matematici nei processi basati sulle leggi della genetica Mendelliana che lo hanno portato ad individuare nuove forme genetiche utili alla scienza.

Nonostante queste propensioni sin da piccolo ha sempre avuto uno spiccato gusto artistico ed innovativo proiettando la sua logica nei mondi sottesi delle Arti.

Nella pittura ha sperimentato nuove formule espressive giungendo preferibilmente ad una sintesi tra la logica e l’istinto attraverso la quale proietta sempre in avanti i risultati della sua ricerca.

La sua invenzione nel campo delle arti è l’Astrattismo Inverso mediante il quale parte dal caos sino ad una nuova fissità, concretizzazione, equilibrio. Pensiamo alle elaborazioni acriliche nel ciclo delle opere materiche in cui indaga la forma mediante la frammentazione degli spazi fisici delineati dalla consapevolezza cromatica. Questa è solo una delle caratteristiche della sua produzione: forma/colore, staticità/movimento, realtà/irrealtà. I paradossi della logica si congelano sino a materializzarsi e prendere forma e fissità cromatica.

Ecco lo scienziato affrontare il ciclo delle opere multimediali in cui dai fitti elaborati tecnologici che studiano il movimento e il divenire delle particelle essere fissati, analizzati, scomposti e ricomposti in flussi casuali che progressivamente prendono forma nella sua mente e divenire espressione tangibile della realtà.

Nelle opere di questa sezione Bresciani fissa la casualità in forma chiusa delimitandola da linee che l’occhio ha congelato ed il colore viene in soccorso generando una forma pura. Partendo così da un freddo algoritmo fissa sul monitor di un computer ragnatele random sino alla griglia trasformativa in cui i tre primari e le loro successive elaborazioni genereranno una trasposizione concreta.

Ma la sua operazione non finisce qui.

Il suo desiderio di penetrare l’esistente si è manifestato nel Ciclo delle Opere Cinetiche.

Qui Bresciani compie un’operazione dinamica nel senso tradizionalmente anamorfotico spingendo una forma tridimensionalmente astratta a prendere forma mediante il movimento. In altre parole facendo roteare il corpo astratto su sé stesso ad una velocità di cinquecento giri al minuto lo stesso corpo assume nella mente dell’osservatore l’immagine di un vaso, di una candela, di un uovo o della Sonda Schiapparelli.

Dunque il senso della casualità viene traslato in causalità dinamica ma in entrambe le dimensioni (pittoriche o scultoree) è l’azionamento di un fattore indotto a trasformare l’apparente stato delle cose: nella pittura il caos viene razionalizzato mentre nella scultura è l’ordine caotico a nascondere la razionalità della forma ma in entrambe le funzioni l’apparente stato delle cose è soggetto alla variazione in cui prenderanno forma lo spazio, il tempo e la velocità. Due processi inversi che raggiungono lo stesso scopo: scoprire ciò che è celato nell’immediato.

Ecco espressa la potenza della materia in cui soggiace lo stato assoluto dell’anima, ecco l’equilibrio degli opposti in cui è possibile ravvisare la spiritualità della materia.

Anche se non vediamo in realtà percepiamo. In questo modo funge la nostra mente quale vettore essenziale per il riconoscimento della Natura che esiste per essere disvelata. Mente e Cosmo divengono in questo modo parte e manifestazione di un’unica verità.

CICLO PLEROMANTICO

5.L'aspetto sulfureo della conoscenza.

Ciclo Radici

Mostra Personale di Nicola Morea.

18 novembre 2017 - 18 dicembre 2017.

 

Credo sia doveroso iniziare questo percorso sulla conoscenza citando una celebre frase del sommo Platone. Lui parte dalle tesi esposte dagli eristi su due assunti basilari: Primo. Se non si conosce ciò che si cerca non lo si riconoscerà. Secondo. Se si conosce ciò che si cerca la ricerca perde significato. Qui interviene il filosofo ateniese affermando che l’oggetto della ricerca è parzialmente sconosciuto all’uomo il quale dopo averlo contemplato ancor prima d’esser nato lo ha dimenticato nelle profondità della sua anima. Il senso della filosofia è la reminiscenza secondo la quale comprendere significa ricordare.

Dopo i percorsi del Fuoco mediante la Monade e dell’Aria attraverso i percorsi della Luna e del Sole siamo entrati nella dimensione dell’Acqua attraverso il Mercurio. Ora affrontiamo secondo la Tetraktis pitagorica il Sulphur che incarna alchemicamente le proprietà solari del Fuoco, della coscienza, dell’individualità e dell’Attività.

Era ritenuto l’elemento primordiale che insieme al mercurio potesse essere trasformato in Oro. Secondo questa credenza la fusione all’aspetto lunare determinato dal mercurio determinava le nozze alchemiche che risanavano la corruzione della materia.

Ma la caratteristica essenziale del simbolo sulfureo consiste nel rapporto occulto con le cose concrete ossia la ricerca criptica dei mondi sottili, dell’evocazione mistica verso forze archetipiche ed energie ancestrali che proiettano la creatura umana verso la conoscenza.

Parliamo di una sorta di forza prometeica che illumina l’uomo sino a risvegliarlo dal sonno della ragione.

Questi i simbolismi di riferimento che ci mettono in relazione all’artista pugliese Nicola Morea.

Nella sua arte infatti la volontà creativa induce l’osservatore verso la ricerca introspettiva di fattori primordiali che apparentemente sono stati obliati o relegati nella sfera delle leggende, delle credenze occulte o delle metafisiche primitive. L’artista nasce a Bari nel 1943 ereditando da sua madre, creatrice di moda, la vena artistica che lo porterà ad addentrarsi nel mondo della pittura. Andrà alla scuola di “Don Pedro” e da lì inizierà ad esporre dal 1976. Ha avuto maestri dell’Accademia delle Belle Arti di Bari come Maria Bellomo sino a Marisa Salomone.

Ha esposto in tutto il mondo affrontando cicli e percorsi che hanno abbracciato mezzo secolo di esperienze uniche ed incisive: pensiamo al ciclo Nuvole Barocche (1983 – 1984), a Tele Tagliate (1985 – 1986), a Finestre (1987 – 1989) a Le Porte del Tempo (1987 – 1989), a Tracce (1992 – 1998), a Trasparenze (1995 – 1998) e Iperpop che dal 1998 si ricongiunge ai tempi nostri.

In RADICI vicine e lontane Morea supera sé stesso.

Oltre all’evocazione mistica della sua terra, la Puglia con la quale sancisce un sodalizio archetipico si spinge più in là delineando un cordone ombelicale tra l’uomo e la natura, tra la terra ed il cielo, tra i corpi sottili e le infinitesimali galassie che costituiscono la vastità del Cosmo.

Il suo linguaggio creativo diviene terreno fertile di una concettualità che spinge l’osservatore contemporaneo ad essere connesso a mondi o realtà altrimenti irraggiungibili e questi ponti ancestrali aprono le vie della comunicazione interstellare.

Varchi dimensionali corredati da simboli, da gesti ieratici, da segnali che vogliono in primis stabilire una forma di linguaggio che l’umanità ha nel tempo dimenticato.

Conoscere = Riconoscere

Partendo da questo motto è possibile calarsi nelle atmosfere cosmiche di Nebulosa realizzata con smalti su MDF in cui la parcellizzazione degli spazi mediante l’afflusso cromatico fonde la gestualità informale con l’iperrealtà stellare. Connotazioni che ravvisiamo in capolavori come Paesaggio Stellare n.41 in cui la danza celeste dei corpi stellari definiscono dinamismo, luce, progressione.

La serie dei Paesaggi Stellari precludono geografie spazio/temporali senza precedenti sino alla serie dei Segni dei Trulli in cui la simbologia astrologica di Mercurio, della Bilancia così come della Croce Albero ad esempio costituiscono la primitiva forma di conoscenza astronomica ovvero della via che porta all’infinito.

Ecco allora spiccare opere come Menhir – il Monaco in cui la figurazione ancora una volta rinvia all’idea stessa di una verità nascosta nel rito e nei mezzi fisici che lo immortalano nella sacralità della pietra. Ed ancora nella serie del Porto Badisco in cui il Re, Il Convito di Pietra od il Saluto giungono ad elementi primordiali di un linguaggio atavico che la moderna tecnologia invasa di immagini può forse decodificare riportando in vita ciò che sembrava estinto.

 

Ciclo Pleromantico

4.La via Mercuriale della Conoscenza

Mostra Personale di Vincenzo Del Duca

14 ottobre 2017 - 14 novembre 2017

Andrea Domenico Taricco

 

Ancora una volta Rinascenza Contemporanea ricerca figurativamente nel panorama delle arti contemporanee formulazioni espressive capaci di esprimere i presupposti della visione pleromantica.

In tal caso, dopo la rappresentazione della Monade così come della Luna e del Sole ora possiamo calarci nella concezione del Mercurio. Ritrovato nelle Tombe dell’Antico Egitto sino alla Cina ed all’India era concepito come elisir di lunga vita e veniva utilizzato per aiutare il corpo a conservarsi nelle ere successive.

Da questo possiamo addirittura risalire all’espressione indù alchimia che significa la via del mercurio. Esso infatti era ritenuto la base strutturale di qualsiasi metallo esistente: era associato all’elevazione della Luna e dell’acqua nella formazione solidificata dell’argento e con l’aiuto dello zolfo il mercurio liquido diveniva igneo per la trasformazione delle nozze alchemiche tra Sole e Luna.

Aveva inoltre la proprietà di connettere il cielo e la terra definendosi etere filosofico e questo delineava il concetto di anima del mondo sino alla sintesi stessa dell’universo.

Gli alchimisti compresero che poteva associarsi allo zolfo e tra questi Paracelso unì anche il sale determinando così la struttura dell’etere da cui prendevano forma i quattro elementi.

Dunque il Mercurio rappresentava l’ANIMA.

Su queste premesse è interessante la figura di Vincenzo Del Duca.

Nato a Poderia in provincia di Salerno nel 1951 è un autodidatta.

Dagli anni ’80 partecipa a mostre nazionali ed internazionali ottenendo premi e riconoscimenti per il suo stile unico e riconoscibile.

Questa marcia in più gli consente di finire in collezioni private  e su cataloghi o riviste che indagano il suo modo di intendere l’arte.

Tuttora vive a Carmagnola e continua imperterrito nell’esaltare il suo senso estetico nell’instancabile produzione pittorica.

La sua è una pittura essenzialmente figurativa ma in questa immediatezza realistica soggiace una concettualità poetica che ha espresso attraverso l’ausilio della materia e del colore finalizzati alla ricerca del magico e del meraviglioso sino ad una polimorfica ricerca del significato.

Forma e contenuto vengono messi in relazione proprio dal connubio forma – colore.

Le forme ed i colori dialogano tra loro seguendo una sintassi atta a ricercare significazioni profonde che rievocano istanti del suo percorso esistenziale tradotti in idea e questa in immagine.

Forma-Colore + Immagine = Idea

Questa è la formula da cui parte la sua concettualità espressiva.

Ed è in questo senso che possiamo assimilarlo al concetto mercuriale.

Secondo questa ipotesi il binomio Forma/ Colore si adatta alla natura eterica dell’elemento che associato ad altri avrebbe determinato una sorta di elisir della lunga vita.

I ricordi, le emozioni, le sensazioni provate nella sua esperienza individuale hanno determinato una sensibilità creativa fuori dall’ordinario consentendogli di traslare in arte le proprie idee sino al proprio congelamento esecutivo.

Ed ecco svettare paesaggi di una classicità post-moderna per un’epoca in cui il senso del bello è lontano perché imbevuto di stereotipi decadenti offerti dai media così come dalle supertecnologie dominanti.

In un marasma iper-informatico Del Duca domina la materia e la interpreta mediante una conoscenza tecnica e stilistica individuale atta a compartimentare gli spazi e rileggerli espressionisticamente.

Ogni sua opera diviene espressione appunto di una natura indomita e polemica mediante la quale è interessante carpire dal mondo le immagini e ripristinarle idealmente seguendo una progettualità che via via si smarrisce in fase esecutiva sino ad assumere una propria connotazione evocativa.

Da qui tutto prende forma secondo uno stato evoluto, mentale, sintetico. Esattamente come avveniva nella più alta concezione del Mercurio Igneo che definiva  la concentrazione fisica del maschile e del femminile sino alla definizione totale dell’Androgino.

Questa unione mistica delineava un livello di purezza: l’Anima.

In Del Duca la realtà di riferimento è solo un ricordo: tutti gli elementi figurativi disposti con dovizia nelle sue opere giungono a filtrare simbolizzazioni espressive di un universo interiore che ha lo scopo sublime di esprimere la totalità di un’anima che ama, che soffre e che aspira a raggiungere la bellezza universale delle cose.

CICLO Pleromantico

3.L’arte solare di Maria Grazia Raffaelli

9 settembre 2017 - 9 ottobre 2017

Andrea Domenico Taricco

 

Continua la ricerca di Rinascenza Contemporanea nel panorama delle espressioni creative attuali nella consapevolezza di artisti che definiscano attraverso il proprio estro pittorico il senso estatico della bellezza. Una bellezza d’altronde non più intesa secondo gli stilemi d’una classicità precedente ma definita dal senso profondo di uno stato generativo atto a configurare l’esaltazione dell’essenza stessa. In questo senso abbiamo affrontato la Monade espressa da Mariell Chirone Guglielminetti, l’energia lunare dell’emiliana Sabrina Ziani ed ora attraversiamo l’energia solare. Ora nel simbolismo spirituale di matrice occidentale il Sole rappresenta l’archetipo maschile, l’astro luminoso che genera la vita e che provoca totale illuminazione. Il culto del dio Sole si sviluppò in Asia e giunse nell’antico Egitto prendendo le sembianze del dio Ra sino poi a fondersi con il culto del dio Amon intorno alla dodicesima dinastia. Elementi che lo tramutarono in Febo Apollo sino al suo aspetto fisico Helios con elementi rappresentativi che si intrecciarono alla genealogia del dio Mitra ed infine alla luce eterna dell’universo cristiano. Se il femminile intuisce, come abbiamo visto dalla mostra precedente, il maschile realizza, conosce, agisce. Alla base dell’archetipo maschile c’è l’immagine del cacciatore che si muove verso l’esterno: si parla di un’energia forte, proiettiva, connesso all’emisfero cerebrale sinistro con modalità logico – analitica ma che viene in superficie mediante l’equilibrio dettato dal suo opposto. Nelle concezioni junghiane viene chiamato Aniumus quell’aspetto inconscio che anche nella donna induce alla realizzazione attiva dei propri sogni calati nella materia mediante un presupposto di determinazione.

Queste le premesse che inducono alla scelta dell’artista Maria Grazia Raffaelli.  E’ nata a Torino e dopo aver studiato e lavorato nel campo pubblicitario come illustratrice ha ripreso a dipingere nel 1993 esponendo in diverse mostre i suoi lavori pittorici. Questo principio di determinazione caratterizza il modo d’essere dell’artista piemontese che ad un certo punto della sua vita ha deciso di trasformare la sua vecchia professione in qualcosa di differente che le desse la possibilità di realizzare i suoi sogni vivendo realmente la propria esistenza in ciò che le consentiva di essere veramente: la pittura. Ed è per questo suo modo di dipingere, di intendere l’arte e la vita che è stata inserita in questo percorso espositivo con la finalità di condividere con lei quelle emozioni che da sempre hanno caratterizzato il suo modo di essere.

Ad un primo impatto le sue opere sembrano realistiche poi divengono via via astratte passando per un simbolismo realizzativo che le concettualizza sino a riportarle alla realtà. L’operazione che induce a questo ri-realismo consiste proprio nello smarrire progressivamente gli strumenti d’impatto e ricondurli ad una visione personale, soggettiva in cui l’Io sembra perdere i propri riferimenti e calarsi sempre più in un nuovo stato. In altre parole il realismo iniziale perde i propri connotati e la dissociazione plastico – cromatica ad un certo punto sembra prendere il sopravvento sino a tornare a congiungersi con il contingente non più legato all’esteriorità. Ovvero al mondo circostante evocato inizialmente succede una realtà figurativa costituita essenzialmente da immagini oniriche, sentimentali, dedotte dai propri stati emotivi. Una pittura coraggiosa si nasconde sotto l’apparente stasi rappresentativa: un po’ come si evince dal suo carattere timido ma con una forza ed una capacità deduttiva senza precedenti.

Pensiamo ad esempio ad alcune opere esposte. Brina  sul campo (1999) è un olio su tela che dapprima rinvia lo sguardo dello spettatore nella griglia logica della figurazione realistica: la struttura formale penetra la retina dello sguardo ed i colori fanno il resto. Sembra proprio di osservare in prima persona, anzi di essere immersi in questo campo avvolto dalla brina. Progressivamente i colori prendono specularmente il sopravvento sull’impatto formale ed avviene mentalmente un principio dissociativo che scompone l’immagine prefigurata sino a disperderla del tutto: in questa fase dell’analisi lo spettatore perde i riferimenti concreti e smarrisce l’equilibrio formale che fino a qualche attimo prima lo rassicurava. In questa fase non vediamo più il campo o la brina ma una serie di linee e di direzioni plastiche evocate simbolicamente da cromie simboliche in cui o da cui l’anima dell’artista o dello spettatore stesso cerca una via d’uscita. Solo a questo punto può essere effettuata un’ulteriore operazione di sintesi mediante la quale si torna al campo di brina ma dove la figurazione espressa non attua semplicemente ciò che rappresenta ma congela con quelle forme e quei colori delle impressioni animiche, delle connotazioni ideali e degli stati della psiche.

Sono opere vive, non immediatamente comprensibili. Per farlo è necessario viaggiare dentro i ricordi e tornare in superficie con il proprio bagaglio emozionale. Questo ci descrive l’arte della Raffaelli.

2.Luna. L’eterno femminino

Mostra Personale di Sabrina Ziani

21 luglio 2017 - 5 settembre 2017

Critico d'Arte Andrea Domenico Taricco

 

 

Dopo la Monade caratterizzata dagli slanci pittorici di Mariell Chirone  Guglielminetti assistiamo alla sua scomposizione mediante l’aspetto lunare, ovvero a quello femminile rappresentato dall’artista emiliana  Sabrina Ziani. Nel percorso Pleromantico infatti l’essenza pura determinata dall’unità dell’Ente si scinde in due unità complementari: l’una solare, proiettata verso l’eterna luce dunque maschile ed una lunare, notturna di matrice femminile. Premesse necessarie per comprendere lo stile realizzativo dell’artista che sperimenta seguendo linee multiformi di un divenire costante il suo modo di essere, di intendere la vita e le esperienze che la hanno trasformata nel corso del suo percorso artistico.

In essa il potere sottile della luna misterioso e mutevole tende costantemente alla trasformazione. La Luna contiene in sé questi presupposti: tralasciando l’aspetto più strettamente religioso mediante il quale è stato attribuito alla donna Eva l’origine del peccato originale seguendo i caratteri di una civiltà patriarcale dobbiamo risalire alle origini ermetiche secondo le quali esistevano due entità di eguale potenza: quella maschile e quella femminile.

L’uomo fisico è solare, governato da Sole e Marte e la rappresentazione del suo principio spermatico è la Luna ed è simboleggiato dalla presenza dell’arcangelo Gabriele. Dunque la donna fisica lunare, venerea manifesta attraverso il mestruo l’aspetto solare, marziale identificato con l’arcangelo Michele. Codesti esempi definiscono l’archetipo dell’essere umano nella sua purezza scissa nelle due entità dell’essere.

L’archetipo femminile dunque, ha avuto una serie di rappresentazioni nel corso dell’evoluzione mistica Pensando all’immagine della Madre con il bambino come Regina dell’universo spesso iconizzata dalla Luna sopra la testa o sotto i piedi e rinviata alla rappresentazione simbolica del serpente al di sotto dei suoi piedi e coronata da dodici stelle che rievocano le dodici case zodiacali. Elementi che derivavano dal culto della dea Iside con il serpente troneggiante. Presupposti che relazionavano il culto della dea madre al mito babilonese di Isthar che teneva in braccio suo figlio Tammuz o Davaki in India con il pargolo Krishna. Ecco allora il concetto di Luna ovvero Iside o Mare cioè Maria o di Madre corrispondente a Materia.

La scissione dei principi dovrebbe tornare all’ostia come simbolizzazione dell’unione degli archetipi di cui il Pane/maschio ed il Vino/femmina trovano la loro consacrazione.

Connotazioni ermetiche che raggiungono la loro componente espressiva in Sabrina Ziani. Il senso materiale, lunare e spirituale trovano piena espressione mediante un’arte intima, personale, assemblativa.

Mai fine a sé stessa sperimenta concettualmente il principio dell’unità scissa nella moltitudine delle cose. Pensiamo a “Uno, nessuno, centomila” in cui l’artista assembla elementi estrapolati dalla realtà sino a tripartirli in una sequenza ideale per mezzo della quale sintetizza il divenire dell’UNO nelle sue differenti manifestazioni fisiche. Ecco tornare i presupposti espressi precedentemente: per mezzo della Materia/Mater connatura lo spirito. Così come la simbolizzazione cromatica di opere emblematiche come “ Torri gemelle” o “ DNA” in cui il divenire idealizzato prevarica sulla forma sino a raggiungere traguardi di spersonalizzazione indotta.

Il ritorno all’origine è sotteso. Dalle sperimentazioni post- moderne alle figurazioni, la donna è sempre al centro della sua opera. La donna moderna, evoluta, emancipata e desiderosa di poter costruire il proprio destino senza quelle derive culturali che l’hanno tenuta incatenata ad un ruolo secondario od emarginato.

La Ziani incarna questa libertà, questo desiderio costante di sperimentare, di elaborare, di approfondire.

La sua curiosità artistica corrisponde ad una spinta emotiva assolutamente originale di intendere l’arte e la vita: fa ciò che altri non fanno. Essere sé stessi! L’aspetto femminile espresso dalla Ziani mediante la profondità intellettuale delle sue opere connatura i principi femminili insiti nell’ordine naturale delle cose, dunque la coscienza profonda dell’essere che parte dal concetto di Eva sino a quello ribelle di Lilith. La via della donna è determinata nel secernere il suo succo spirituale attraverso la pressione interna all’Adamo così come quest’ultimo dovrà farlo con l’entità femminile. In questa operazione di estrapolazione animica la Ziani agisce consapevolmente: la trasformazione della materia rappresenta per lei il desiderio sotteso di portare alla luce quanto è nascosto in lei e di portarlo progressivamente in superficie purificandolo.

1.La Monade mistica.

Mostra Personale di Mariell Chirone Guglielminetti

16 giugno 2017 - 16 luglio 2017

Critico d'Arte Andrea Domenico Taricco

 

Mariell Chirone Guglielminetti è la protagonista di questa mostra che apre il Ciclo Pleromantico facente parte della Teoria Sinaptica Essenziale. Prima di addentrarci nella sua arte è opportuno fare delle premesse che mettano il lettore così come lo spettatore nella possibilità di addentrarsi non soltanto nel senso ultimo dei suoi lavori pittorici ma nel senso assoluto del percorso teorico che l’ha inserita e selezionata per rappresentarlo mediante il suo modo di intendere l’arte. I cicli pittorici fin qui delineati avevano lo scopo di raggiungere la visione pleromantica secondo la quale corrisponderebbe alla totalità dei poteri di Dio attraverso i presupposti di pienezza, principio primo, Essenza. Connotazioni espresse mediante la Monade, ovvero l’espressione sublime del principio ideale e divino che caratterizza l’assoluta irrealtà della materia intesa in quanto tale ma espressione sublime di una perfezione più profonda ed inconcepibile dal sapere umano. Secondo questi concetti la Monade fonde la dualità del principio maschile e femminile poiché integra il presupposto di Padre/Madre possedendo il logos di materia e forma che sta alla base della creazione. Il senso delle cose è dentro le cose. Si apre così una disputa tra la fredda materia e la forma che in essa giace. Come non citare la maniera michelangiolesca sul cosiddetto non finito in cui il senso di incompiutezza derivava da una lotta tra il materiale inerte e l’anima profonda della forma che voleva venire in superficie, in cui il tormento combatte le vie sottili di un destino inesplorato dai comuni mortali e che il genio può descriverci mediante le afflizioni d’un desiderio più grande: l’immortalità.

Da qui possiamo ricollegarci a Mariell Chirone Guglielminetti. Oltre ad essersi diplomata presso il Liceo artistico di Torino ed aver frequentato l’Accademia di Belle Arti ha studiato lettere con indirizzo artistico presso l’Università degli Studi di Torino. Una lunga formazione che le ha dato la possibilità di attraversare diverse fasi creative, stilistiche, compositive. Una produzione sconfinata che meriterebbe mostre monografiche tipiche di un’artista che ha lavorato instancabilmente anche se le esperienze personali della sua vita privata molte volte l’hanno assorbita. Ma lei non ha mai smesso di lavorare e la sua tenacia, il suo desiderio di esplorare le infinite lande creative e la forza delle sue emozioni le hanno sempre dato linfa vitale. Da tutto ha tratto esperienza, dinamismo, tenacia ed ha proseguito sino alla forma nuova. Nel suo curriculum creativo si è distinta per il sapiente uso degli acquerelli che le davano la grinta e la velocità realizzativa, la pittura floreale mediante la quale trovava un aggancio alla bellezza, alla delicatezza, alla purezza. Poi è tornata alla figurazione ed al ritratto proiettandosi proprio su grandi maestri del passato come Michelangiolo Buonarroti, Michelangelo Merisi da Caravaggio, Antonello da Messina  o trasponendo pittoricamente opere scultoree i Gian Lorenzo Bernini, Antonio Canova sino alla ritrattistica di personaggi famosi tratti dal mondo dello spettacolo.L’impatto dei primi e dei primissimi piani  delle icone artistiche di ogni tempo è stupefacente: si allontana e nello stesso tempo si immerge nel modernismo concettuale discostandosi dal senso di contemporaneità e di effimero come sono effimere le mode, i gusti passeggeri, gli sperimentalismi intellettuali delle grandi rassegne/mercato/pubblicità.Nel compiere queste operazioni di rivisitazione è come se riportasse in vita di eterno e di immutabile ma lontano nel tempo da noi. Una sorta di archeologia sensoriale che la mette di fronte alle difficoltà esecutive dei maestri del passato che lei ripercorre con fierezza e genuina onestà di intenti sino a restituircele nella loro integrità. Ogni opera rappresenta un viaggio unico indietro nel tempo, dentro l’opera, attraverso il dettaglio. Per mezzo della materia sonda la forma e la riscopre, la modernizza, la rende comprensibile perché si sofferma sul colpo di luce, sull’espressione ed il taglio della scena estrapolata dal contesto di riferimento. Dunque la pittura diviene per l’artista lo strumento ideale attraverso il quale ricercare il bello in un’epoca storica che lo ha smarrito. Nella sua pittura esiste ancora un senso di dilatazione temporale cosa che nel febbrile mondo contemporaneo non è possibile. Nella sua pittura, come dicevamo, v’è la possibilità di entrare in un dettaglio, ora che il tran tran quotidiano non consente di soffermarsi e vedere ciò che si cela dietro le apparenze. Il senso di grandiosità, di sublime estasi e di una spiritualità formale proiettano le antiche opere nel turbinio di una modernità malata, confusa, priva di quei valori che hanno nutrito le generazioni precedenti. La corsa sfrenata al denaro, la comodità oziosa e l’incapacità reattiva delle nuove generazioni hanno elevato muri invalicabili portando l’uomo contemporaneo alla sterilità ed all’ignoranza.  La morte dei valori, delle tradizioni, dei sentimenti sono solamente alcune delle caratteristiche dell’uomo nuovo e la bellezza, in questo caso l’arte dovrebbe consentirci di fermarci un attimo soltanto e riflettere. In quell’attimo comprenderemmo dove ci troviamo. L’arte della Guglielminetti esiste per quell’attimo soltanto. Bisogna fermarsi e vedere con l’anima e cercare attraverso l’armonia di quelle forme iconizzate le relazioni mistiche delle cose, la musicalità del gesto, l’equilibrio cromatico della composizione e rieducare l’anima a percepire l’ordine delle cose, la perfezione della creazione e la profonda bellezza che giace nell’essere. Per lei l’arte rappresenta emozione pura e questo stato costituisce lo slancio essenziale per esprimere l’amore verso la vita. Arte/Vita. In questo torniamo alla Monade da cui partimmo. Ordine, armonia, perfezione. La Natura è stata superata attraverso l’idealità ed abbiamo tentato di migliorarla. Poi è divenuta solo un concetto. Attraverso la Guglielminetti siamo tornati ad ammirarla!


Silvia Fucilli incarna nel mondo dell’arte contemporanea l’immagine dell’artista a tutto tondo capace di sintetizzare pittoricamente i connotati della realtà stessa attraverso un linguaggio sapiente ed articolato. La grande lezione dell’arte contemporanea è viva nel suo modo di concepire il fare artistico ma la traduce con una schiettezza esecutiva ed una perizia tecnica che sicuramente affondano le proprie radici nel realismo, nell’iperrealtà così come in una sorta di simbolismo espressivo dettato dal desiderio di sperimentare, connotando l’esattezza formale al rigore cromatico. Un processo pittorico che sicuramente parte dalla donna che, come ho già avuto modo di definire, diviene centro nevralgico della sua produzione in cui la seduzione attrarre lo sguardo dello spettatore risvegliando in lui il concetto stesso del desiderio.

La donna viene descritta mediante la sua eleganza, il suo totale distacco dal luogo fisico in cui è confinata e la bellezza totale la eleva ad icona atavica che domina la scena del mondo raggiungendo così la propria divinazione e potenza. La sensualità, la seduzione così come poi l’erotismo costituiscono un’arte assoluta innata negli esseri umani e si sviluppa attraverso segnali del corpo mediati dalla postura, dalla mimica, così come dai gesti o dal modo di vestire. Ragioni che mi hanno spinto a definire questo percorso di quattro mesi sotto il titolo portante della mostra “La Grande Bellezza”. Titolo che sicuramente richiama al capolavoro cinematografico del 2013 di Paolo Sorrentino in cui viene descritta una Roma sfarzosa, barocca, decadente per quanto esaltata nelle sue atmosfere misteriose, introspettive e trasversali. Qui sicuramente utilizziamo questo titolo per esaltare l’immaginario pittorico di un’artista contemporanea dotata di un grande talento e di una smisurata volontà creativa. Sempre tenendo in considerazione la mia critica nei suoi confronti tenuta in un’altra mostra ho definito questa serie di messaggi spontanei o indotti dall’esperienza femminile quale forma vettoriale di un linguaggio indiretto che in molti casi si trasforma in arma seduttiva capace di conquistare e trasformare la realtà delle cose fissando l’attenzione su atteggiamenti antropologicamente o sociologicamente riconoscibili universalmente.

Secondo queste premesse è interessante ulteriormente addentrarci in questo senso di una grande bellezza relazionandola all’immagine femminile proprio attraverso il corpo della donna inteso come oracolo atavico dell’esistenza umana.

Pensiamo solo che nel 2008 è stata scoperta nella grotta di Hohle Fels in Germania una statuetta di avorio che rappresentava una divinità femminile dai seni grandi e prosperosi, con un grosso ventre e dai fianchi larghissimi. Una Dea Madre realizzata più di 35 mila anni fa da quelle civiltà megalitiche che vedevano nella figura della donna un essere superiore, creatrice del cosmo e di tutte le creature viventi. In simili insediamenti abitativi non esistevano fortificazioni indice del fatto che la guerra fosse inesistente.

Ancor più significativa è l’assonanza di una consuetudine tipica di quasi tutte le antiche civiltà europee ovvero dalla Gran Bretagna alla Spagna, da Malta all’Italia in cui la tipologia di civiltà matriarcale fosse normalmente diffusa ancor prima del presunto incivilimento dei Sumeri fino ai greci che portarono alla trasformazione violenta dei costumi.

Fa strano comprendere simili verità in un’epoca come questa al limite dello sviluppo tecnologico, delle cyber-società multimediali al limite di una super-economia globalizzata capace ancora di compiere riti barbarici contro l’universo femminile. Tale abominio definito Femminicidio è un fenomeno in netta crescita. Secondo i dati statistici soprattutto in Italia solo nel 2018 sono state uccise 106 donne di cui più di un terzo ha subìto maltrattamenti. Come dire che ogni settantadue ore si è consumato un omicidio! Se queste sono le premesse dobbiamo fare delle considerazioni essenziali: la civiltà che le donne guerriere determinarono prima del corso attuale della storia fu capace di trasformare l’aspetto più basso e rozzo dell’animale in qualcosa di elevato. Le donne portarono la pace e l’armonia. L’obiettivo è quello di ristabilire il giusto equilibrio delle cose. Dopo secoli bui di asservimento al mondo maschile non solo il senso di parità negli incarichi sociali, culturali o politici deve riscattare la condizione in cui le donne sono state umiliate ma innalzarla ad un nuovo ruolo spirituale che le restituisca dignità. Il Neo-matriarcato desidera rompere i vecchi binomi passatisti riconsolidando i ruoli stessi dell’uomo e della donna all’interno del tessuto sociale partendo proprio dalla famiglia non intesa più gerarchicamente. Questa liberazione dal vincolo della gerarchia differenzierà con il tempo i ruoli ed i compiti tradizionalmente istituzionalizzati che per troppo tempo hanno escluso le donne. Questa forma di emancipazione universale ricondurrà gli archetipi originari alla giusta ricollocazione ed i ruoli della madre, della figlia o della moglie verteranno ad una radicale femminilizzazione del mondo grazie alla quale i limiti dell’attuale conflitto saranno soverchiati consentendo così il ritorno ad una prosperosa e attesa nuova età dell’oro.

Questa digressione socio-antropologica induce ad osservare le opere di questa moderna pittrice quasi come un anelito a ritrovare nel complesso mondo femminile una chiave di svolta, un percorso di modernizzazione ed emancipazione tali da aprire nuovi scenari nell’immaginario comune.

Ecco allora svelato il senso di questi scenari affascinanti in cui l’atteggiamento consapevole delle donne rappresentate si estranea dal tutto mediante pose assolute in cui lo sguardo dello spettatore resta perplesso data la veridicità offerta da uno stile pulito, diretto, sincero. Ecco allora prendere forma quel senso di sensualità profonda in cui nulla è volgare, nulla è esibito apertamente ma viene accennato in scene al limite del fotografismo in cui la donna viene elevata a divinità ancestrale, a grande madre cosmica capace di dominare lo scenario contemporaneo. I vecchi valori vengono così interpretati come possibilità storiche in cui l’obiettivo consiste nell’emergere e riscattarsi dai secoli bui dell’ignoranza. In questo modo la Fucilli ci dice che Essere donna divenga espressione pura della grande bellezza, quale simulacro ed anelito al vero progresso culturale ed apertura al nuovo mondo.

Ciclo Eonico

Ora che il varco dei Dodici è aperto le sette mostre karmiche corrispondenti ai Sette Spiriti davanti al Trono predispongono il loro potere in connessione al Sistema Solare. Attraverso le Dodici Porte rappresentate dalle dodici mostre Akashiche siamo giunti finalmente alla Rivelazione. La via dell’Uomo Nuovo è spalancata lungo un percorso che partirà dal livello Eonico in cui viene descritta la discendenza sacra, passerà per il livello Inumanistico, già analizzato, in cui è stato descritto l’aspetto psichico dell’uomo mediante i gradi dell’Io, del Super – Io e dell’Es sino al livello Siderale in cui verrà visionata l’ascendenza mitica nel magico percorso dell’Esistenza.

Il flusso Noetico di lettura rappresenta un grado orizzontale di ricerca animica in contrasto con quello verticale e fisico rappresentato dal flusso Totemico rappresentato precedentemente dalle sfere del Virtualesimo, dell’Inumanismo e dell’AtoMistica. Tutto ciò rappresenta il diagramma sinaptico dell’Archeo, lo spirito vitale della Monade Essenziale da cui verrà descritto il Pneuma, ovvero l’ESSENTE, il principio vitale di ogni organismo esistente nella vastità pleromatica, ovvero del vuoto assoluto inteso come carattere eleatico della materia non Essente. 

Qui si sviluppa il percorso Eonico. Nei sistemi gnostici sappiamo che rappresentano le emanazioni di Dio inteso come Unità Assoluta scisso nel suo divenire in potenze Ipercosmiche divise in entità maschili e femminili denominate SIZIGIE. Il divenire delle Sette sfere sizigiche corrisponde quindi all’Ente monadico del Pneuma per giungere alla regione di Luce definita Pleroma. Le zone più basse di questo universo costituiscono il mondo fisico. Quando Sophia emanò senza la parte maschile l’essere che non doveva essere, il Demiurgo, ovvero colui che non apparteneva al Pleroma, Dio emanò due Eoni: Cristo e lo Spirito proprio per salvare l’umanità dalle astuzie del maligno. Da quel momento Cristo discese umanamente sulla Terra per insegnare agli uomini la via della Gnosi, ovvero della Conoscenza e tornare così alla Luce.

Il Ciclo Eonico prevede sette mostre che esporranno sette Sizigie/Arconti della discendenza Sacra:

1. Abisso e Silenzio – 2. Potere e Amore – 3. Pensiero e Volontà – 4. Mente e Verità – 5. Parola e Felicità – 6. Perfezione e Saggezza – 7. Divinità e Scintilla

6. Le ultime emanazioni pittoriche

    15 settembre - 15 novembre 2017

 

Mostra collettiva:

Giorgio Cavina

Valerio Doddi

Antonio Lippi

Maria Carmen Salis

 

Presenta il Critico d’Arte

Andrea Domenico Taricco

 

 

“Sophia li getterà nell’abisso. Gli arconti saranno perduti a causa della loro cattiveria. Diverranno come vulcani e si consumeranno l’un l’altro finché non periranno per mano del primo genitore. Quando questo li avrà distrutti, si rivolgerà contro sé stesso e si distruggerà finché non cesserà di esistere. Ed i loro cieli precipiteranno l’uno sull’altro e le loro schiere consumate dal fuoco. Anche i loro reami eterni saranno rovesciati. Ed il loro cielo precipiterà e si spezzerà in due…essi precipiteranno nell’abisso e l’abisso sarà rovesciato. La luce vincerà sull’oscurità e sarà come qualcosa che mai fu prima”

                       “ Sull’Origine del Mondo”

                          Codici di Nag Hammadi

 

Concludiamo il Ciclo Eonico fin qui rappresentato attraverso le ultime due emanazioni: la sesta corrispondente a THELETOS (Perfezione) e SOPHIA (Saggezza) sino alla settima corrispondente a Jahwè (Demiurgo) e PNEUMA (Soffio Vitale).

Secondo queste premesse la Perfezione fu assorbita da Sophia che in questo modo inglobò a sé l’aspetto maschile auto-generando il Demiurgo identificato con Jahwè. Costui a sua volta generò l’universo materiale e tentò di aprire una breccia nella barriera tra lei e l’inconoscibile BYTHOS (L’Uno). Ecco perché Jahwè con l’aiuto di sua madre infuse il Pneuma, ovvero la scintilla divina della materia che noi stiamo attraversando. Connotazioni che raggiunsero l’equilibrio con la venuta dell’eletto Gesù Cristo, ovvero colui che raggiunse la perfezione nel mondo materiale apportando così l’equilibrio dei mondi. Cristo fu inviato sulla Terra in forma umana prorpio per dare agli uomini la GNOSIS ( Conoscenza) definita mediante la METANOIA in cui ha sede l’annullamento del peccato originale ed il ritorno al Pleroma.

Elementi che noi traduciamo in Arte attraverso le formulazioni pittoriche dei quattro artisti che esponiamo presso questa sede.

Da una parte Antonio Lippi, incarna THELETOS ( la Perfezione). La dimensione concettuale, astratta, informe e materica proietta i gradi di un cromatismo simbolico atto ad incanalare la forma mediante slanci passionali che assumono in chi guarda aspetti ricettivi della propria psiche.

Connotazioni assorbite progressivamente dalla pittura di Maria Carmen Salis, espressione pura di una surrealtà onirica da noi associata al mito di SOPHIA ( la Saggezza). La figurazione diviene terreno fertile di una metafisica pittorica mediante la quale i criteri della Perfezione precedente vengono assimilati in forma sino alla loro successiva cristallizzazione. L’aspetto maschile viene così radicalizzato da quello femminile.

Da questo aspetto prenderà forma l’ultima emanazione.

Giorgio Cavina incarna Jahwè (il Demiurgo) ovvero la concretizzazione dello spirito attraverso la materia e come tale il desiderio sotteso di trasposizione fisica di aspetti ancestrali. La sua pittura rievoca la possibilità di viaggi siderali mediante la proiezione emotiva di atmosfere remote sino all’ipnotica e suggestiva drammatizzazione dell’espressione formale ottenuta mediante lo studio della posa. Da questo aspetto è inevitabile giungere al PNEUMA (Soffio Vitale) espresso mediante la pittura di Valerio Doddi. La concretizzazione materiale della propria astrazione assume simbolismi altamente concettualizzati sino a depurarli del tutto e trovare nella creazione lo slancio verso nuovi orizzonti.

La breccia materiale verso l’assoluto trova così compimento consentendo allo spirito congelato di manifestare l’infinito attraverso il finito. In questo avviene la Redenzione, il Patimento e la Purificazione.

Gesù Cristo vive sulla Terra e porta l’Equilibrio.

L’aspetto maschile assorbito da Sophia viene così compensato.

Noi figli del Pneuma siamo così pronti per tornare alla luce di BYTHOS e come angeli caduti, reduci di una potenza celeste sconsiderata: la conoscenza diviene lo strumento per eccellenza per ricongiungerci all’illuminazione ed alla verità.

Queste visioni tratte dai Codici di Nag Hammadi delineano un percorso gnostico durato nei secoli. Questa serie di tredici papiri ritrovati nel 1945 in una giara di terracotta da un abitante del villaggio di al – Qasr presso un monastero cenobita pacomiano dell’isola Elefantina sulle sponde del Nilo.

La datazione dei manoscritti risale al I secolo d. C. e rivela una consapevolezza gnostico – cristiana senza precedenti.

Secondo queste visioni l’uomo sarebbe una creatura del demiurgo e come tale una sintesi di anima, spirito e corpo.

Gli Ilici, sono quegli uomini materiali destinati alla dannazione e privati di qualsiasi forma di resurrezione corporale. Gli Psichici sarebbero costituiti di Anima. Costoro attraverso la razionalità sono in grado di esercitare il libero arbitrio scegliendo tra il bene ed il male. Infine i Pneumatici, coloro che sono dotati di spirito divino e destinati alla Salvezza.

5. Logos (Parola) e ZOE (Felicità)

     Mostra di  Ariane Schuchardt

    3 giugno 2017 - 3 settembre 2017

    Presenta il Critico d'Arte

    Andrea Domenico Taricco

 

La quinta emanazione del ciclo Eonico tratta una coppia di arconti facenti parti di un’unica entità: la Parola, intesa come Verbo e la Felicità, intesa come gioia dell’essere puro. Secondo queste premesse nel Verbo è insita la gioia infinita del Creatore che diviene tutte le cose.

Nell’onda generatrice della vita tutto ciò che da essa proviene prende forma e manifesta materialmente la propria potenza. Esattamente come procede artisticamente Ariane Schuchardt. Nata a Francoforte, l’artista tedesca è venuta in Italia. Vive in Sardegna, nel cuore del Mediterraneo in cui è a contatto con i colori, con le forme e le atmosfere che istillano in lei il continuo desiderio di dipingere, creare, sperimentare. Da una parte infatti, assistiamo ad opere astratte in cui la materia ancora informe perde i connotati realistici ed il colore ha la possibilità di emergere dalla tela e manifestare pienamente la propria espressività creativa. In questo senso siamo in presenza della Parola – Logos.

In Principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio. Dall’informe alla forma, dal caos all’ordine. Una forma di espressione astratta che mette in campo i connotati estatici di un sapere puro, cristallino, vero. Nessuna mediazione tra la realtà di riferimento e lo stato interiore.

Ariane esprime con spontaneità gli stati latenti della sua psiche mostrandoli apertamente in un’operazione artistica che vuole abbattere i veli della finzione, le matrici dell’illusione evitando così di sprofondare in fittizi equilibri di una logica inconsapevole. L’astrazione costituisce per lei il centro nevralgico di questa operazione di svelamento, di verità, di ricerca introspettiva. 

Dall’altro assistiamo alla creazione di opere figurative in cui il senso estatico della bellezza trova il suo compimento attraverso il sapiente uso dei colori perfettamente amalgamati tra loro in sintonie plastiche dalla spinta modernista. Ecco Zoe, la felicità pura che deriva dal gesto informe ma carico di consapevolezza sino a congelarsi e divenire realtà tangibile. In questo stato della sua arte tende a tornare al concreto traducendo gli equilibri precedenti in un linguaggio confortante, palpabile, strutturato. In questa sezione di opere lo stato psicologico prevarica su quello spirituale e gli elementi che riportano indietro nel tempo, l’infanzia, gli stati sentimentali riaffiorano come da un viaggio nella mente.

Due tendenze, due emanazioni appunto, che prendono forza in un discorso unico, irripetibile, assoluto in cui il Verbo raggiunge la sua più alta manifestazione palpabile nell’irripetibile spettacolo del mondo che la Schuchardt ci restituisce mediante la sua pittura.

L’una è nell’altra esattamente come nelle opere dell’artista germanica: la scelta dell’Italia quale luogo per eccellenza per la progressiva maturazione estetica determinano un desiderio di convivenza di questa dicotomia tra formale ed informale, tra razionalità e sensibilità, tra bellezza e sperimentazione.

La sintesi degli opposti non può che generare in chi guarda un ritorno al proprio vissuto in cui i ricordi del passato ancora immersi in forme latenti tendono progressivamente a perdere il proprio riferimento strutturale sino a smarrirsi ed è qui che prevaricano le sensazioni. Motivazioni che ci inducono a pensare che la Schuchardt sia artisticamente alla ricerca dello spirito puro, ovvero del luogo mistico in cui l’essere del mondo esiste libero dalle costrizioni o dai limiti della logica.

Di fronte alla consapevolezza mistica le opere dell’artista tedesca assumono una connotazione ulteriore, uno slancio di indagine ancestrale in cui i riferimenti analitici perdono potenza di riferimento ideologico sino a riportare in superficie manifestazioni incognite offerte solo dalla propria natura ancestrale.

Secondo queste visioni è lo spettatore a ricercare dentro sé stesso una propria chiave di lettura in base al proprio stato emotivo.

Questo tratto emotivo è caratterizzato dal segno scritturale che riporta in vita una sorta di automatismo istintivo, involontario, destrutturato. Funzioni logiche che derivano da una spontaneità emotiva che ritrova senso artistico in una forma di primitivismo espressivo.

Pensiamo all’arte Rupestre messa in relazione a quelle manifestazioni graffitiche che hanno determinato il percorso espressivo statunitense del secolo scorso. Eppure questa sintesi espressiva costituisce solo l’elemento strutturale, non portante del suo fare arte. In lei l’emozione è centro nevralgico di un divenire infinito in cui i colori e le forme definiscono solo i contorni di un messaggio più grande: la Parola (Logos) è il segno che proietta la Felicità (Zoe) verso lidi primordiali in cui nulla può essere insegnato. I sentimenti rientrano in questa categoria di conoscenze ancestrali di cui l’amore ne rappresenta la vetta sublime.

Connotazioni che esaltano lo smascheramento della forma e la liberazione dell’Anima. Ariane dipinge con il cuore e nessuno, dico nessuno può far a meno di calarsi nelle sue opere senza condividere questo stato dell’anima.

4. Nous (Mente) e Aletheia (Verità)

    L'emanazione dell'Amore

    Mostra: Silvio Natali

    31 marzo 2017- 31 maggio 2017

 

   Presenta il Critico d'Arte:

   Andrea Domenico Taricco

 

Anche questa volta l’ordine dell’emanazione sacra giunge a due arconti essenziali che esprimono la potenza di Venere. Secondo lo studio dello gnostico Valentino vissuto nel I secolo d.C. circa definiva questa coppia come la quarta emanazione sacra. Silvio Natali determina nel suo stile pittorico questa dualità: classe 1943, l’artista marchigiano, laureato in Medicina e Chirurgia si è dedicato all’arte da autodidatta partendo dal disegno sino a discendere nella pittura in cui incarna un percorso cerebrale suddividendo gli spazi fisici in agglomerati in cui i frammenti logici vengono supportati dal colore. Da una parte crea una griglia, uno spazio mentale in cui frammentare la dissoluzione storica in atto e dargli nuovi slanci emotivi. In questo senso la Mente gioca un ruolo fondamentale attraverso la quale è possibile smaterializzare le certezze e rendere i fondamenti della consapevolezza sterili, privi di significato in cui si muovono figure anonime. Dall’altra parte il suo stile si aggancia ai presupposti di una Verità oggettivata dalla riconoscibilità stereotipata mediante la quale lo spettatore non può far altro che essere assorbito  e straniato allo stesso tempo. Anche in questo caso ci induce verso frammentazioni spaziali sino a restituircele purificate: i suoi universi immaginifici tendono al realistico ed allo stesso tempo all’astrazione, al fantastico ma allo stesso tempo al reale, al meraviglioso ed al grottesco proiettando in avanti questa indagine che fonda le sue radici sulla realtà di riferimento. Procedimento che gli consente di osservare il mondo con una scritturalità del tutto originale: la purezza di uno sguardo, l’istinto di un gesto, la purezza delle cose. Dunque su un profilo puramente formale la parcellizzazione degli spazi indica una dinamica concreta che dà azione alla stasi smuovendo temporalmente le figure di riferimento dal loro contesto mentre il colore dà slanci ulteriori in formulazioni ora compiute, ora vivaci ma in armonia con l’equilibrio offerto dalla pulizia del segno. In esso è delineato il destino, la riconoscibilità dell’evento, determinando in chi guarda una fluidità discorsiva, razionale che induce la mente a riconoscere una verità qualsiasi estratta dalla storia, dal mito, dalla religione così come dai canoni della filosofia e rimetterla in gioco nello sconfinamento dagli stereotipi. In questo prende corpo il suo stile creativo: la mente attuata dal fare artistico ha il compito di decantarci la verità oggettiva e scomporla sino a ricostruirla soggettivamente nel suo divenire. Un contrasto che si muove dall’universale al particolare, dalla teatralità al singolo fatto, dallo stato assoluto della composizione al dettaglio intorno al quale tutto si muove e prende forma. Nelle sue opere corali a metà strada tra battaglie antiche a gironi danteschi ipotizza lo slancio d’un attimo soltanto filtrato per mezzo dell’emozione in cui il richiamo immediato verso qualcosa di riconoscibile è solo l’incipit di un percorso individuale atto a far propria ogni situazione e destrutturarla in dilatazioni personali. In questo contrasto tra Mente e Verità l’arte gioca un ruolo/forza: indipendentemente dalle cause e dagli effetti il segno non si limita a narrare i fatti ma a descriverne gli stati emotivi che da quella situazione sono stati dedotti. Il segno asciutto di Natali stabilisce la trama di un destino inalterabile ed allora ecco: l’immensità dei paesaggi così degli scenari colmati dalla moltitudine dei personaggi anonimi, caricarsi di significazioni profonde e perdere progressivamente la stabilità oggettiva di partenza. Solo l’apparenza indica una stabilità figurativa ma l’iconizzazione dei nuovi agglomerati raggiunti comporta un’astrazione logica intersecata di sentimenti. Ecco prendere forma l’unione mediante la separazione, la razionalizzazione dell’irrazionale che in una sola parola indica un principio di  SINGOLARITA’. Ovvero ad una funzione mentale che smorza i presupposti logici determinati dall’immediatezza percettiva tramutando la continuità in discontinuità, il finito nell’infinito così come variabile di accelerazione verso uno slancio successivo e simultaneo, il soggetto ricrea le forme personalizzandole. La mente trasforma i dati della verità offerti dal reale. In questo punto di non ritorno si scatenano i sentimenti. Ecco prendere forma la verità disincantata e l’essere sognante che giace in noi viene finalmente in superficie. La compenetrazione di queste due modi di intendere l’arte ed il mondo indica la via: l’emanazione cosmica giunge nelle terre inesplorate dell’amore. Non inteso come possesso o stato latente sessuale ma come pura condivisione di un essere che desidera essere conosciuto mediante l’accrescimento e la bellezza. Il segno di Natali indica questi contrasti psichici e li mette in armonia tra loro. Nella sua vasta produzione dal 2001 al 2017 l’artista di Corridonia (MC) affronta queste tematiche nella costante serenità espressiva ed evocativa desiderando assiduamente condividerle col pubblico.

3. L'emanazione della Forza

ENNOAE (Pensiero) e THELESIS (Volontà)

 

Critico d'Arte:

Andrea Domenico Taricco

27 gennaio 2017 - 27 marzo 2017

  

Mostra: Giuseppe Devoti e Paola Guia Muccioli

Andrea Domenico Taricco

Dopo aver analizzato in precedenza le emanazioni sizigiche dell’Abisso e del Silenzio così come quelle del Potere e dell’Amore ora entriamo nella terza manifestazione del Creatore: L’ENNOAE ovvero il Pensiero e THELESIS, la Volontà. Entrambe queste qualità comportano l’unità maschile e femminile del terzo pianeta in questione: Marte. E marziale possiamo definire i connotati strutturali dell’Ente, ovvero l’Ipostasi eterna dell’essere universale. Seguendo queste premesse possiamo addentrarci più nello specifico analizzando le opere del primo arconte Ennoae rappresentato da Giuseppe Sebastiano Devoti. Torinese del 1941 si laurea in Architettura presso il Politecnico di Torino partecipando nel corso della sua carriera artistica a numerosissime mostre. Già alla fine degli anni ’50 assistiamo ad una serie di rappresentazioni paesaggistiche in cui il senso romantico della composizione lo porterà alla composizione di nudi così come di espressionistiche visioni di animali in cui il senso di ricerca verso l’intimo spirito lo coordina nel senso totale del Pensiero Puro. La sua visione del mondo non è il mondo in quanto tale ma l’idea che la realtà di quel mondo suscita nella sua psiche attraverso il fare artistico. Dall’altra parte assistiamo all’arconte femminile Thelesis rappresentato da Paola Guia Muccioli. Pittrice informale, vive e lavora a Roma. Genera la tecnica “ Ruffling” in cui fonde stati emozionali per mezzo di un dinamismo spaziale seguitando i presupposti di una nuova classicità protesa verso l’inequivocabile senso di una bellezza individuale che l’arte deve suscitare in chi osserva l’opera. Stati emotivi che interconnettono il fruitore all’opera e questa all’artista che li ha generati: parliamo di un ponte psichico dettato dalla Volontà comunicativa di cercare, di trovare o di ritrovare. Molte volte è necessario perdersi per ritrovarsi. Lasciarsi andare al flusso delle sensazioni e coordinarle mediante il senso estetico della libertà. Entrambe le forze proiettano lo stato dell’essere verso la bellezza esteriorizzante di Venere. 

2.       La seconda Emanazione

   Caen (Potere) e Akhana (Amore)

Critico d'Arte:

Andrea Domenico Taricco

Mostra: 18 novembre 2016

 Pasquale Potestio

 Margherita Rosito

 

Nella concezione gnostica tradizionale sono definiti Eoni entità strutturate secondo un principio di emanazione divina che dalla prima manifestazione incarnata da Bythos e Sige, ovvero dall’abisso della creazione e dal silenzio emanarono ulteriormente un’altra forza CAEN (Potere) ed Akhana (Amore), intese rispettivamente come aspetto maschile e femminile. Intesi come potenze angeliche ebraico-cristiane assunsero connotazioni ipercosmiche ovvero di entità risiedenti nell’Iperuranio, ovvero nel mondo delle idee. Pasquale Potestio rappresenta la forza maschile di CAEN, il potere. Di origine calabrese, Potestio ancor piccolo si trasferisce con la famiglia a Roma manifestando da sempre un vivo interesse per l’arte: dopo aver frequentato il Liceo Scientifico sarà spinto dal Prof. Piraino a studiare Architettura. Il punto focale della sua produzione è ancorato sulla figurazione realistica – Gaia in cui tutto è specchio di una spiritualità che trova espressione nel contingente. La rappresentazione centrale, Roma, denota questa spiccata attitudine alla descrizione di mondi che rievocano sentimenti profondi che lo ancorano alla vita stessa. Dall’altra parte Margherita Rosito incarna Akhana, la forza dell’Amore. Nata a Sondrio si trasferisce sulle rive del lago di Bracciano. Studia materie umanistiche sino ad approdare al mondo del teatro affrontando la pittura dapprima come autodidatta poi approfondendo sempre più la sua vocazione. Nel 2001 si laurea in Giurisprudenza nel mondo romano calandosi sempre più nel cuore dell’arte. Da qui la fascinazione per mondi esoterici in cui la ricerca del bello, della pietra filosofale incarnata da mitici cavalieri che esotericamente rievocano le forze celesti di provenienza la innalzano a sacerdotessa dell’Essere. L’idealità esoterica la induce alla rappresentazione del fuoco sacro mediante l’apporto di luce cromatica che la innalza alle sfere intrinseche dell’amore, quale vettore cosmico di bellezza. Entrambi gli artisti affrontano l’arte con una mistica di rimandi di cui la Natura è letta universalmente come Grande Madre della Creazione.

1.                 La CREAZIONE

     BITHOS(Abisso) e SIGE(Silenzio)

Critico d'Arte:

Andrea Domenico Taricco

Mostra:  16 settembre 2016  

Armando Trasforini

Linda Franceschini

 

Nella concezione gnostica tradizionale sono definiti Eoni entità strutturate secondo un principio di emanazione divina secondo la quale dalla sfera terrestre sarebbe stata raggiunta la sfera celeste. Essi perdurano nell’eternità e sono simili a sé stessi. Considerate da Platone divinità iperuraniche sono effettivamente espressioni dell’Uno e danno sostanza ai veri piani dell’Essente Creatore. La prima coppia di cui ci occuperemo è costituita da BYTOS (l’Abisso), diretta emanazione della radice spirituale suprema che conteneva in sé un eone femminile denominato SIGE (il Silenzio). Questa prima coppia di Arconti avrebbe contenuto il seme di tutte le altre sfere eoniche successive. Artisticamente le esprimiamo attraverso il fare creativo di due artisti contemporanei: Armando Trasforini e Linda Franceschini. L’Abisso, Armando Trasforini, artista di Codigoro che ha sperimentato nel corso della sua carriera tutte le formulazioni espressive che lo hanno indotto alla creazione di un Pop Concettuale fondato sul gioco. Come ha affermato da una sua intervista: “Circa otto anni fa, ho iniziato a costruire il primo flipper che rappresentava una dedica a Van Gogh - spiega l’artista - …Lui ha sempre associato l’uomo e l’arte, come io cerco di rappresentare il mio modo di concepire la vita, ovvero una sorta di gioco con regole ben precise”. Dall’altra parte il Silenzio, Linda Franceschini che nel suo iter creativo ha dato risalto alla dimensione animistica delle cose. Piante, paesaggi nostrani sublimati nella grazia estatica di un momento eterno, figure umane colte nell’attimo esatto di un’emozione passeggera. La nostra giovane artista eleva pittoricamente lo spirito mediante la rilassatezza compositiva di un frammento psichico, di un lasso temporale o di un dettaglio poetico dilatato attraverso la sfera mistica dei sentimenti. La coppia artistica parte dalla tridimensionalità della forma esteriorizzante sino alla sua dinamica interna, introspettiva, centripeta. 

Ciclo Siderale

7. ARYA. La stirpe dello Spirito

   Mostra Personale Mirella Bisson

   12 maggio 2017 - 12 giugno 2017

 

   Presenta il Critico d'Arte:

   Andrea Domenico Taricco

 

Mirella Bisson è l’artista dell’armonia. Il senso del paesaggio e della figurazione consentono all’artista di origine veneta di portare la propria poetica concentrata nella concretezza formale in un viaggio inesorabile che ci guida verso l’ultimo tassello che chiude il Ciclo Siderale. Tematiche che trovano il loro fondamento nella Dottrina Segreta di Elena Petrovna Blavatsky creatrice del movimento teosofico nel 1875. Secondo queste direttive valorizzò l’esistente in un percorso evolutivo che giunse all’esaltazione dello spirito attraverso l’ultima razza depositaria del sapere. Secondo queste premesse i discendenti iperborei, definiti Indoari, nel II millennio a.C. attraversarono l’Asia centrale sino a colonizzare alcune aree mesopotamiche considerando l’aristocrazia Mitannica e penetrando nel subcontinente indiano consolidando nel 1300 a.C. il loro dominio in tutto il nord – ovest indiano. Qui determinarono i loro dèi: Indra il fulmine, Mitra l’onestà, Veruna il cielo, Rama la sovranità, Yama la morte, Surya il sole, Agni il fuoco e Durga la dea femminile.

Nella loro composizione sociale il brahman e lo kshatram, l’elemento sacerdotale e regale erano un tutt’uno: l’elemento solare insito nelle cose definiva un concetto di potenza e superiorità. Definivano superuomini i loro eroi che detenevano la relazione tra il mondo dei mortali e quello antico degli dèi decaduti. Non distinguevano infatti la differenza tra il Creatore e le sue creature celesti: i suoi rappresentanti erano mediatori del divino ed avevano relazione incolmabile con entità invisibili. Si consideravano nature luminose, l’apice dell’universo e si paragonavano al sole. Erano i custodi di una sapienza primordiale mediante la quale non erano amministratori della fede ma i possessori di una scienza sacra che per loro rappresentava la potenza trasfigurante dello Spirito. Le loro gerarchie sociali partivano da questi principi e li introdussero nelle popolazioni che assoggettarono al loro impero divino. Nelle concezioni teosofiche siamo in presenza della nuova era, nel raggio viola che incarna il piano spirituale. Da qui ha avuto origine l’uomo nuovo, contemporaneo da cui è stata scritta la storia. L’alba della nuova era.

Queste connotazioni sono necessarie per intraprendere la lettura delle opere pittoriche di Mirella Bisson. In lei il senso di spiritualità mediante figurazioni che rinviano al mondo materiale sono spunti che stimolano lo spettatore a ripercorrere le vie della propria coscienza: ecco il tratto impressivo offerto da alcune sue tele concentrarsi poi sui dettagli compostivi che riportano agli affetti, alle emozioni legati al proprio vissuto. Elementi configurabili anche alla fisicità dei fiori, alle cromie dilatate che consentono allo spettatore di sentirne la fragranza, il profumo, la bellezza. La sua pittura indaga proprio i sentimenti profondi. La descrizione dei soggetti corrisponde alla penetrazione delle emozioni: ecco allora un paesaggio caricarsi di significati, ecco un particolare ingigantirsi spropositatamente e riportare indietro nel tempo, nel mondo dei ricordi dove affiora un senso di nostalgia.

I sentimenti avvolgono tutto. L’amore è al centro di questo viaggio attraverso la materia anzi, la descrive discostandosene progressivamente sino a smarrirla ed a trovarne nuove significazioni. Pensiamo al gesto di una fanciulla che scuote la testa, ai bimbi che scrutano dall’esterno un giardino incantato o ad una coppia di innamorati che passeggia ai margini di una spiaggia mentre alle loro spalle un cavallo bianco li segue silenziosamente.

Una poetica dunque che richiama tempi sospesi dello spirito in cui il corpo diviene un contenitore essenziale carico di significati che via via perde valore perché dominato dalla luce interiore.

Ciò che sta fuori è solo luce congelata di una forza racchiusa nelle profondità delle cose. Questo, secondo il mito era il principio delle popolazioni ariane che fondarono il mondo conosciuto prima del tempo storico.

Questi sono i principi che stanno alla base dell’arte della Bisson.

Gli involucri formali detengono un’energia non immediatamente ravvisabile in chi si avvicina ai suoi lavori.

Come totem iniziatici assorbono gli sguardi e li proiettano in profondità sino ad inghiottirli nel vortice dei ricordi.

Due ragazze sedute su un muretto attendono il futuro mentre due cavalli di cui uno bianco e l’altro nero corrono vorticosamente verso un ipotetico traguardo.

Poetiche ancestrali che come abbiamo detto si servono della fisicità diretta per veicolare, traslare e proiettare l’anima innanzi al suo destino: lo spirito prende forma, si scardina e le emozioni possono finalmente dialogare con la logica. Osservare le sue opere significa percorrere questi stati latenti di un’energia assopita dall’era meccanica, post-modernista e telematica dei sistemi digitalizzati, in cui le persone hanno smesso di comunicare direttamente tra loro divenendo schiave dei propri surrogati ipertecnologici. In una simile realtà ostacolata dal volere di multinazionali che consentono guerre, muri, differenze, velocità, la Bisson cambia pagina. Si tappa le orecchie e gli occhi. I suoi dipinti assorbiti dalla centralità del paesaggio fuoriescono dalla forsennata corsa verso il futuro. Nella sua pittura c’è tutto: dall’impressionismo al senso poetico dei macchiaioli sino ad una modernità di cui la luce è protagonista assoluta. Improvvisamente cala il silenzio e ci ritroviamo nelle poetiche visioni di un tempo che difficilmente tornerà ad essere.

Un tempo sospeso, quasi come se lo scorrere delle immagini di ricordi lontani si placassero congelando improvvisamente quel dettaglio da cui tutta una serie di riflessioni ha preso forma. Quel dettaglio è lo spunto per una riflessione. Quella riflessione è l’espressione di un’emozione. Quell’emozione è motivo di un’opera senza tempo. Da qui tutto comincia. Ogni volta una sensazione diversa. Ogni volta, ogni opera, ogni pennellata costituisce un iter creativo differente. Questa è arte. Questa è pittura. Questa è la dimensione spirituale offerta dalla Bisson.

6. L'iperborea potenza dell'anima.

    Mostra Personale Valentina Azzini

    7 aprile 2017 - 7 maggio

   Presenta il Critico d'Arte

   Andrea Domenico Taricco

 

Fu dopo la distruzione di Atlantide avvenuta conseguentemente alla guerra nucleare contro la supertecnologica potenza Rama, comunemente identificata con i Picti, abitanti delle coste scozzesi che i sopravvissuti migrarono verso nord. Costoro erano una discendenza dell’impero orientale esteso nel medio – Atlantico governato da otto re –sacerdoti posti a capo di città – stato fortificate che gli antichi indù identificarono con le Sette Città Rishi. La loro estensione entrò in contrasto con i figli di Poseidone: in una sola notte le navi Vimana annientarono gli Asvin atlantidei ed i continenti furono inghiottiti dagli oceani.

I sopravvissuti si rifugiarono sulle coste settentrionali dell’Irlanda, dell’Islanda e della Groenlandia: questo agglomerato di isole divenne il regno iperboreo con la mitica capitale Thule. Secondo i ricercatori sarebbe stato l’esploratore Pitea vissuto ai tempi di Alessandro Magno ad individuarla per primo: salpò da Marsiglia nel 330 a.C per un’esplorazione nell’Atlantico del Nord e la annotò. Geograficamente corrisponderebbe all’Islanda e qui si diffusero quelle popolazioni scandinave conosciute poi come i vichinghi.

L’arcipelago di isole era definito dagli antichi “Terra del Sole” splendente e rigoglioso, ovvero di una civiltà antartica i cui influssi coloniali si ripercossero sulle civiltà storiche successive. Secondo Platone fu l’unione dei figli degli dèi con gli indigeni a decretarne la caduta: gli angeli si mescolarono con le figlie degli uomini e ne venne la sodomia.

La centralità governativa si sgretolò gradualmente e le tecnologie a cui erano state adattate le civiltà precedenti furono completamente obliate.

Secondo Erodono i Greci ebbero contatti con questo popolo leggendario che adorava divinità provenienti dal cielo come il culto di Apollo. Fu attraverso la decaduta civiltà atlantidea che i greci entrarono in contatto con queste popolazioni artiche che combatterono lotte clandestine sino  scomparire gradualmente.

Esistono diversi indizi di questa Età dell’Oro nell’area polare da porre in relazione agli dèi: nel Mahabharata c’è un accenno delle terre del nord in sanscrito Uttarakuru, in persiano Airyana Vaèio o Paradaesa, il Paradiso che nelle religioni iraniche legavano al sole. Una loro propaggine resistette ai secoli: gli Arya, il popolo dello spirito che scese verso sud prima della imponente glaciazione che congelò il loro fantomatico mondo.

Questo fu il crepuscolo degli dèi o meglio dei discendenti atlantidei che conservavano il sangue Igig dei sacerdoti Nephilim provenienti dal remoto pianeta Eden, oltre il nostro sistema solare.

I più deboli furono schiacciati dalla potenza della natura, i più forti invece ebbero la capacità di resistere, di procrearsi e scendere verso le barbare terre del sud ove si fusero alle razze indigene.

Il culto della luce era in loro dualizzato dal male che congelava sino alla morte e dal bene che ritrovava calore, vita, esistenza.

Gli dei ora erano diventati uomini.

Soltanto nella linea di sangue era custodita la potenza dell’anima cosmica.

Un po’ come avviene nella pittura di Valentina Azzini. In lei questo concetto di dualità è molto forte: da una parte vediamo profilarsi l’istintivismo estetico espresso da donne sensuali pronte a mettere in gioco la loro la propria sfida verso le resistenze della contemporaneità.

Corpi seducenti in cui la sensualità è al limite dell’erotismo e di quelle pulsioni carnali che trattengono come involucri ieratici il desiderio. L’armonia, la bellezza, la femminilità divengono vettori attraverso i quali condividere questa tentazione, questo impulso fisico dettato dai sensi. Eppure in esso sorge una scritturalità figurativa che rinvia ad un viaggio introspettivo e del tutto personale. Andando oltre le apparenze si scorge una poetica primitiva che vuole superare il velo delle apparenze e manifestare un’anima stravolta e risucchiata dalla semplice bellezza.

Dall’altra parte ecco i suoi paradossi metafisici in cui la forma viene svuotata finalmente delle sue maschere e l’anima profonda viene in superficie. La posa, la poetica ed il messaggio simbolico non hanno più necessità di veli e la direzionalità di un gesto, la fermezza di uno stato così come la significazione cromatica si caricano di simbolismo.

Si tratta sempre di simbolismo,  di concettualità o di svelamento ma per vie a volte differenziali attraverso le quali lo spettatore rischia di smarrirsi e di non poter tornare indietro.

Quasi come se la Azzini creasse dei labirinti stratificati nei quali lo spettatore fosse calato nella speranza di trovare la via d’uscita o restarvi imprigionato per sempre.

Solo coloro che riescono a trovare la via maestra possono tornare in superficie carichi di un’energia che l’anima custodisce da ere incalcolabili.

Solo a questo punto dell’analisi possiamo sentirci così agganciati al mito iperboreo mediante il quale è stata chiamata la Azzini.

Nel suo universo compositivo esistono due nature: quella sensuale, calda, diretta di corpi femminili eterni nella loro posa di divinità ancestrali legate al culto matriarcale e quella metafisica in cui la natura delle cose viene esaltata, congelata, mutilata degli effetti concreti e fisici della natura di provenienza così da dare spazio alla globalità ed all’universalità.

Una dualità che come abbiamo detto spetta all’osservatore scindere mediante la contemplazione quasi come se si trattasse di una scelta in cui vengono messi in gioco i sentimenti intimi, quasi come se la preferenza tra una dimensione e l’altra fosse un’auto – analisi, quasi come se fosse chiamata in causa l’anima e dovesse guidarci in sé stessa.

I più forti sopravvivranno.

Ed i più forti sopravvissero alla glaciazione.

La stirpe Arya si diffuse nel sub – continente e si mischiò alle razze indigene portando alle generazioni future un’ibridazione tra ciò che era di stirpe divina e ciò che restava di quella animale.

Il percorso tra la sesta e la settima razza radice fu lento. Ma questa è un’altra storia: per adesso gustiamoci l’anima metafisica della Azzini.

5. ATLANTIDE. 

   La consapevolezza universale

   Mostra Personale Tiziano Calcari

   4 marzo 2017 - 4 aprile 2017

   Presenta il Critico d'Arte

   Andrea Domenico Taricco

 

Quando le navi del Ra- Mu giunsero sulle coste del continente sidereo, nacque una nuova civiltà dalle potenzialità tecnologiche avanzate. Figlio del re Poseidone, Atlante governò con saggezza e fu ricordato dalle generazioni successive come il re dei re, detentore di una consapevolezza universale atta al bene, alla luce ed alla bellezza. Nel Timeo si racconta di come Solone, giunto in Egitto, fosse venuto a conoscenza da alcuni sacerdoti egizi di un'antica battaglia avvenuta tra gli Atlantidei e gli antenati degli Ateniesi, che avrebbe visto vincenti i secondi. Secondo i sacerdoti, Atlantide era una battaglia assai potente, con enormi mire espansionistiche. Situata geograficamente oltre le  Colonne d’Ercole, politicamente controllava l'Africa fino all'Egitto e l’Europa fino all’Italia. Proprio nel periodo della guerra con gli Ateniesi un immenso cataclisma fece sprofondare l'isola nell’Oceano, distruggendo per sempre la civiltà di Atlantide. Nel dialogo successivo, il Crizia rimasto incompiuto, Platone descrive più nel dettaglio la situazione  di Atlantide, collocando il tutto novemila anni prima. Crizia racconta che il dio Poseidone s'innamorò di Clito, una fanciulla dell'isola, e «recinse la collina dove ella viveva, alternando tre zone di mare e di terra in cerchi concentrici di diversa ampiezza, due erano fatti di terra e tre d'acqua», rendendola inaccessibile agli uomini, che all'epoca non conoscevano la navigazione. Rese inoltre rigogliosa la parte centrale, occupata da una vasta pianura, facendovi sgorgare due fonti, una di acqua calda e l'altra di acqua fredda. Poseidone e Clito ebbero dieci figli, il primo dei quali, Atlante, sarebbe divenuto in seguito il governatore dell'impero. La civiltà atlantidea divenne una monarchia ricca e potente e l'isola fu divisa in dieci zone, ognuna governata da un figlio del dio del mare e dai relativi discendenti. La terra generava beni e prodotti in abbondanza, e sull'isola sorgevano porti, palazzi reali, templi e altre maestose opere. Al centro della città vi era il santuario di Poseidone e Clito, lungo uno stadio (177 metri), largo tre plettri ed alto in proporzione, rivestito di argento al di fuori e di roicalco, oro e argento all'interno, con al centro una statua d'oro di Poseidone sul suo cocchio di destrieri alati, che arrivava a toccare la volta del tempio.Ognuno dei dieci re governava la propria regione di competenza, e tutti erano legati gli uni agli altri dalle disposizioni previste da Poseidone e incise su una lastra di oricalco posta al centro dell'isola, attorno a cui si riunivano per prendere decisioni che riguardavano tutti. Crizia descrive anche il rituale da eseguire prima di deliberare, che prevedeva una caccia al toro armati solo di bastoni e una libagione con il sangue dell'animale ucciso, seguita da un giuramento e da una preghiera.  La virtù e la sobrietà dei governanti durò per molte generazioni, finché il carattere umano ebbe il sopravvento sulla loro natura divina. Caduti preda della bramosia e della cupidigia, gli abitanti di Atlantide si guadagnarono l'ira di Zeus, il quale chiamò a raccolta gli dèi per deliberare sulla loro sorte. Legende, mito, fantasia: sono sinonimi che descrivono l’arte di Tiziano Calcari. Nato a Brescia nel 1969, mostra sin dalla tenera età attitudine per le arti figurative: a vent’anni conosce il pittore Gil Alegre da cui impara la tecnica ad acquerello ed a olio entrando progressivamente nel mondo dell’arte. Dal 1990 partecipa a mostre collettive realizzando dapprima paesaggi poetici in cui il senso di scavalcamento temporale determina un vivo interesse nel pubblico di riferimento, poi sublima in nature morte sino alla sperimentazione naturalistica frammentata in connotazioni informali. E’ dal 1995 che lo vediamo interessarsi al ritratto che gli consentiranno di affrontare il Ciclo intitolato Dolci Presenze. Da qui lo vedremo in percorsi che lo porteranno nel 2011  nelle gallerie di tutto il mondo come a new York, Malaga, Pechino sino al Kiron Espace di Parigi. Nel 2012 è a Londra. Così nel 2013 lo storico dell’arte Carlo Franza lo invita alla mostra I volti della bellezza e viene successivamente candidato al Premio delle arti e Premio della Cultura XXV del Circolo della Stampa di Milano sino a Berlin 3. Ancora un salto temporale al 2015 per l’Expo di Milano ed al 2016 a Roma presso la Basilica SS. Quattro Coronati. Il senso della consapevolezza esecutiva è perfettamente trasmesso dalla perizia tecnica ed esecutiva che trasuda dai suoi lavori. Pensiamo all’olio su tela intitolato Dove andate? Del 2016, in cui l’artista scompone la realtà di riferimento in frammenti emozionali ovvero in psico-tessere che comportano una parcellizzazione dello spazio sino al proprio ricongiungimento materico-emozionale. In altre parole la suddivisione strutturale in frammenti di spazio comporta un lavoro logico atto alla sintesi formale degli equilibri indotti che riportano il fruitore a ricomporli secondo una logica emozionale, sensibile ed intuitiva. Procedimenti indotti ravvisabili direttamente in lavori come Studio di Mater Misericordiae del 2016 od In Montagna del 2015, in cui la metafisica strutturale potenziata dall’assolutezza del bianco quale espressione della totalità dei colori dal quale prendono forma sfumature di rosso, di grigio o di nero. Contrasti apotropaicamente destinati alla destrutturazione e ricomposizione di uno spazio simbolico in cui direttamente il fruitore è coinvolto per affondare nella sfera dei ricordi, delle sensazioni o delle emozioni visuute nella propria sfera individuale. Questi sono soltanto alcuni esempi della grandezza dell’artista italiano nel suo fare creativo che rievoca i connotati simbolici del mito atlantideo fondato sul concetto dell’evoluzione psichica che ne comportò la grandezza ed il successivo disfacimento: la guerra nucleare avvenuta circa 15.000 anni fa contro la civiltà Rama, ovvero i Picti abitanti delle coste scozzesi fu la causa del diluvio che in una notte la spazzò via dalla faccia della Terra.

4. MU. Il Mondo sommerso

Mostra Personale di Rinella Palaziol

28 gennaio 2017 - 28 febbraio 2017

Andrea Domenico Taricco

 

Il continente lemuriano abbracciava la vastità dell’oceano Pacifico spingendosi ad occidente sino all’India ed al Sud Africa accogliendo quella stirpe di Giganti o Titani dediti nel tempo ad ogni tipo di empietà: le fazioni sacerdotali dette Igig presero il comando di una ribellione che scacciò per sempre le divinità Nephilim, al punto di integrare i primati di seconda generazione alle loro mire. Il  re Ahreman trovò rifugio su un pianeta satellite della stella nana rossa Nemesis chiamato Tiamat: sarà questo in futuro a distruggere Gaia. L’ira nephiliana comportò un bombardamento alle calotte polari che provocarono un diluvio catastrofico che inghiottì le terre emerse. Soltanto i sacerdoti Igig, ermafroditi e muniti del terzo occhio sopravvissero portando con sé alcuni schiavi ominidi nelle profondità della Terra, in un luogo conosciuto dalle leggende come Agharti o Terra Cava. In questo mondo inaccessibile costituito da miriadi di cunicoli sotterranei posto tra il Tibet ed il Nepal, i custodi del tempo avrebbero mantenuta intatta la conoscenza del VRIL per diverse ere sino alla stabilizzazione delle temperature ed al risorgere delle terre emerse.

A questo punto delle ere geologiche emerse il continente MU spaccato in mezzo da un enorme lago salato e che nella sua sterminata vastità si estendeva dalle isole Hawai sino alle Fiji. Dapprima i sacerdoti Igig mandarono in superficie gli schiavi Homo per la ricostruzione della civiltà poi, dopo guerre clandestine nominarono un re assoluto RA-MU che estese il proprio impero sino alle tribù Maya in quella parte di mondo che noi oggi chiamiamo America, alle tribù asiatiche dette Uighur ed a quelle euroasiatiche protese ai Naga. Si suppone che nel 13.000 a.C. esattamente ventisei milioni di anni dopo la distruzione di Nibir una pioggia di asteroidi abbia colpito la Terra determinando così anche la fine di MU. Gli ultimi Igig furono così sterminati e la razza degli uomini si disperse per tutto il pianeta mantenendo ancora intatte le conoscenze divine non ancora tramontate. L’ultimo dei re Igig Ra-Mu costituì una casta di sacerdoti ominidi e li fuse al proprio sangue divino. Era l’era in cui i semidei divenivano sacerdoti di un culto vivente.

Ancora una volta l’intero pianeta fu inghiottito dagli oceani ma questo monito non bastò agli eredi della conoscenza millenaria di continuare nel fantastico viaggio nell’esistente: vagarono su poderosi navi per millenni sino al riaffiorare di nuove terre abitabili e si spinsero verso occidente.

Fu così varcato il settentrionale oceano di Tetide oscuro per leggende che ne decantavano la pericolosità: pensavano che il dio Ahreman fosse fuggito qui con le sue truppe dopo la ribellione Igig. Fu qui che un discendente Igig Ra-Mu, chiamato Atlante fermò le proprie imbarcazioni dopo interminabili secoli di spostamenti. L’umanità ancora una volta era pronta per ricominciare.

Ora che la quarta razza radice teosofica è stata descritta possiamo finalmente analizzare le opere della nostra artista Rinella Palaziol. Siamo partiti sicuramente da leggende dimenticate intorno a miti fondatori di altri miti, da generazioni di divinità che annientano altre divinità e da una forma animale quale l’uomo utilizzato come forma sperimentale per un progetto a noi ignoto ma finalizzato a donarci per diritto od eredità una consapevolezza ancestrale. Il nostro pianeta è stato sicuramente sottoposto a trasformazioni geologiche e le forme di vita insite in esso hanno preso forme ed abitudini esistenziali differenti. L’acqua, elemento fondamentale alla vita ma anche alla distruzione di ecosistemi è stata fondamentale. Ed è per questo motivo, l’acqua che ho scelto la Palaziol per questa mostra. La sua pittura è poesia, trasformazione, flusso cosciente di emozioni che non esauriscono mai il proprio potenziale descrittivo. Parliamo di una poetica che isola l’istante dalla totalità del tempo per poi riconnetterlo ad esso ed universalizzarsi. In lei il desiderio poetico di esprimere la bellezza del creato ed ancor di più la vastità dei mari è notevole. L’acqua appunto, costituisce per lei fonte inesauribile di ispirazione da cui trarne spunti essenziali mediante uno stile sobrio, raffinato, unico. Ecco allora le gesta eroiche di mondi impossibili che ci fanno sognare attraverso la fantasticheria del viaggio, della rinascita o di aliene esistenze al limite del divino, prendere forma attraverso i colori preferibilmente ad acquerello e tracciare un solco tra l’irrealtà leggendaria di una fondazione improbabile e la palpabile vivezza di questi lavori pittorici in cui il sogno continua ed esistere davanti agli occhi degli osservatori. Dissi di lei che la genuinità dei suoi tratti, del suo universo pittorico  così come della freschezza dei colori rappresentasse un modo di intendere l’arte. E’ vero e lo sottolineo soprattutto ora che la conosco personalmente. Dietro l’opera esiste l’artista creatore e dietro di esso esiste la persona: Rinella. La sua arte eternizza qualità umane indescrivibili in cui la sensibilità estesa alla passione ed alla tristezza formano un imperativo creativo senza precedenti. Poche persone hanno il dono della lucidità come lei. Una lucidità che stilisticamente prende il nome di freschezza, di determinazione e sicurezza.

Paesaggi, figure animali così come dettagli estrapolati dalla realtà vengono così sublimati in nuovi orizzonti creativi e tutti questi postulati connotativi divengono espressione pura di un universo che cerca potentemente il modo di comunicare con gli altri anche quando questi sono incapaci o distanti.

Distanti come i pianeti che le razze mitiche hanno attraversato nella vastità del cosmo. C’è un vuoto incolmabile che separa le cose: l’assenza. In Rinella il desiderio di vincerla è fortissimo.

Non esistono confini, barriere od ostacoli che possano fermarla. Ragioni per le quali l’ho definita sacerdotessa dell’acqua, ovvero dell’elemento che genera la vita, che riempie il vuoto e lo trasforma per mezzo del proprio essere in amore.

Questa è la parola d’ordine dell’arte della Palaziol. Questa è la ragione per la quale dipinge. Questa è Rinella. 

3. LEMURIA.

Il continente perduto.

Mostra Personale di Antonio Ricci.

21 dicembre 2016 - 21 gennaio 2017

Andrea Domenico Taricco

 

Il Ciclo Siderale prosegue nella sua ricerca di una possibile ascendenza mitica proveniente da un mondo perfetto l’Eden sino alla discesa di una prima stirpe sul pianeta Nibir. Da qui i Nephilim avrebbero trovato Gaia un minuscolo pianeta gemello nel Sistema Solare della Via Lattea e qui avrebbero colonizzato le remote regioni di Lemuria, un continente leggendario in cui gli ominidi avrebbero raggiunto un primo livello di consapevolezza. L’intero pianeta era avvolto dai ghiacci e le sperimentazioni sulle particelle organiche mediante la supertecnologia genetica sviluppava grandi potenzialità strutturali. Circa un miliardo e mezzo di anni fa la terza conformazione continentale definita NUNA, dopo quella di Vaalbar e Kenor avrebbe costituito questo gigantesco agglomerato montagnoso posto nell’attuale oceano Pacifico tra le Americhe e l’Asia e qui i Sacerdoti Igig sotto le divinità celesti Nephilim avrebbero costituito un impero in cui i primati di seconda generazione furono perfezionati progressivamente.

L’incubazione protoplasmatica fu lenta e millenaria. Intere aree del pianeta furono sottoposte a bombardamenti atomici generando nuovi campi elettromagnetici atti a stabilizzare processi rigenerativi. Le antiche scintille nibiriane prodotte geneticamente furono innestate sulle primitive forme organiche terrestri sino alla generazione degli Adepti.

La ribellione alla stirpe nephiliana comportò una rigida presa di posizione da parte delle fazioni Igig che controllavano le primitive compagini sacerdotali del progetto Homo. I Nephilim andarono via e bombardarono la Terra provocando una devastazione apocalittica: i mari si sollevarono, la terra tremò e l’esistente fu inghiottito.

Queste leggende fanno parte dell’antropologia esoterica, secondo la quale è interessante distinguere l’origine dell’uomo. Secondo queste premesse esisterebbe una memoria dei logos planetari detti comunemente Registri Akashici in cui è registrata la memoria del tempo. L’intera evoluzione planetaria consta di sette razze radice. Dopo quella Edenita e quella della caduta Nephilim su Nibir/Minerva, la terza manifestazione che approdò sulla Terra fu quella Protoplasmatica che comprendeva le zone corrispondenti al continente lemuriano. L’isola Sacra ed Imperitura.

Esiste tuttora solo nello spazio eterico dei piani sottili della quarta dimensione.

Queste le premesse per giungere alle opere dell’artista Antonio Ricci. Nato a Frosinone nel 1943 vive e lavora nei pressi di Roma. Assorbito dalla sua attività primaria di Ingegnere non abbandona mai l’arte: a partire dagli anni ’90 si dedica con decisione alla pittura partecipando a numerose mostre e rassegne artistiche. Il senso realistico da cui parte è solo il vettore per esprimere il suo universo interiore fatto di simboli, archetipi ed astrazioni figurate di un linguaggio altamente introspettivo. Nella sua galleria produttiva la figura umana è il centro di un universo in estensione, la culla di un’evoluzione che già contiene in potenza il germe di ciò che sarà. Ecco allora lucidità di un dettaglio, il frammento di un ricordo così come la centralità di una posa come centri nevralgici di energia condensata da cui l’occhio parte per calarsi infinitamente in realtà più sottili non immediatamente riconoscibili allo sguardo diretto di chi osserva. Ecco allora immortalare la freddezza di un dio (Urano) che tiene in braccio una ieratica figura femminile, quasi un’offerta al mondo degli uomini. Una sorta di sacrificio metafisico da cui tutto ebbe inizio. Il padre dona sua figlia al mondo. Una creatura celeste. Ma tutto non si placa istantaneamente. Ecco un’altra divinità sorreggere un teschio su uno sfondo mistico, così come la ricercatezza esuberante della bellezza femminile raggiunge l’apice in pose senza tempo che dialogano sempre con l’ambiente circostante sino ad esserne risucchiate. Questo non basta.

Come un dio ancestrale, Ricci scruta oltre le tenebre e vede. Ciò che vede lo raffigura in maniera oracolare.Perché di oracoli si tratta. Immaginate il volto in primissimo piano di un anziano signore o la dama in posa su una sedia con alle spalle i palloncini di una festa sino alle scarpe rotte di un figlio qualunque.

Queste immagini navigano nel tempo attraverso lo spazio, anzi servendosi di questo per poter prendere forma. La forma è lo strumento principale che consente a Ricci di comunicare con il mondo. Ma nello scrutare le forme ed i colori entra in profondità sino a svelare i sigilli dell’apparenza ed a farci vedere ciò che dapprima guardavamo soltanto con distrazione. Le sue figure, infatti sono quasi sempre solitarie su sfondi al limite dell’astratto in un gioco di rimandi che rinviano alla componente emozionale dell’osservatore che troverà in sé stesso il punto d’aggancio da cui partire per ritrovare la via della consapevolezza.

In questo gioco di rimandi sembra opportuno tornare alle concezioni precedentemente definite in rapporto alla discendenza Nephilim.  Presenti sin dall’Antico Testamento come Giganti o Titani avevano una radice aramaica che li definiva discendenti della costellazione di Orione. Stando agli apologisti cristiani, Tertulliano in relazione al Libro di Enoch che i figli degli dèi fossero caduti dal cielo e presero le sembianze da Set, mentre i figli degli uomini discendevano da Caino. Elementi rintracciabili nelle antiche credenze sumeriche che li definiva Annunaki, ovvero di sangue principesco. Essi appartenevano ad una discendenza infera. Leggende che definivano comunque la possibilità di questa stirpe di comunicare a distanza, telepaticamente scrutando oltre le apparenze. Esattamente ciò che compie il nostro Ricci. I suoi mondi sono vettori temporali capaci di indurre lo spettatore oltre il contingente e calarlo progressivamente verso la propria interiorità.

2. Nibir/Minerva.

      La Rinascita

Mostra Personale:

Ariane Schuchardt

19 novembre 2016 - 19 dicembre 2016

Andrea Domenico Taricco

 

Dopo il viaggio pittorico nel Mondo edenico è fondamentale ora comprendere l’evoluzione siderale dell’Ascendenza mitica manifestatasi nel corso delle ere cosmiche. La leggenda narra di un popolo mitico, stellare i Nephilim, comunemente conosciuti come Annunakhi che giunsero sulla Terra da Nibiru, pianeta citato nel nostro Sistema Solare in cui dopo la cacciata dal paradiso si stabilirono una prima colonia atta ad evolvere le strutture organiche in una razza intelligente. Il Creatore Elohah infuriò contro i diseredati e scagliò la sua piaga. Secondo queste connotazioni esisterebbe nel cosmo una stella gemella al nostro sole Helios chiamata Nemesis che ogni ventisei  milioni di anni raggiungerebbe momenti di massima vicinanza alla sua stella gemella, ovvero il nostro Sole. Momento in cui gli asteroidi posti oltre la nube di Oort decadrebbero nel nostro sistema solare. In questa fase il pianeta Nibir/ Minerva, posto tra Giove  e Marte avrebbe determinato il suo massimo splendore mediante la civiltà angelica Anunnaki decaduta dopo la sconfitta del dio Ahreman. direttamente emanata da Dio. Il pianeta Nibir fu distrutto determinando una pioggia di asteroidi e meteoriti tuttora evidenti tra i due pianeti, sino a trasformare Theia nella Luna come noi la conosciamo. Gli Anunnaki discesero sul nostro pianeta Gaia. Leggenda, mito e storia si intrecciano progressivamente in un percorso mistico affrontato dai popoli secondo una propensione spirituale.

Connotazioni che abbiamo scelto di assolvere pittoricamente attraverso l’estro creativo dell’artista tedesca Ariane Schuchardt, protagonista di questa mostra. Nata a Francoforte consegue nel 1984 la laurea in Pedagogia per le materia di inglese e arte presso l’università di Johann Wolfgang Goethe a Francoforte. Dopo una lunga serie di viaggi in Europa decide nel 1988 di stabilirsi in Sardegna dove tuttora vive.

Qui realizza un sogno maturato sin da piccola: dare totale spazio all’estro artistico e creare artisticamente dei portali energetici di bellezza. Ha realizzato infatti diverse mostre dalle quali ha ricevuto numerosissimi premi. La morte del padre avvenuta nel 2000 ha sicuramente segnato un momento essenziale nella sua carriera: la sua ricerca, il suo desiderio di comunicare con questo e quel mondo si intensificheranno al punto da indurla ad esporre in Italia e nel resto d’Europa. Possiamo infatti suddividere la sua produzione in tre filoni essenziali: gli olii su tela, gli acquerelli ed i cosiddetti tacchetti.

I sezione. Gli olii su tela costituiscono la produzione materico – gestuale. L’aspetto espressionistico gioca un ruolo essenziale nella scelta emotivo-comportamentale se pensiamo che affronta la dimensione figurativa con estrema scioltezza sino ad astrarla completamente. La potenza della materia preclude un senso estatico del suo intendere l’arte espressa mediante il gesto della spatola sulla materia viva. Creare significa per lei cercare e trovare l’amore non solo verso il fare quanto verso l’essere che vive nelle cose.

La tecnica ad olio rappresenta per lei proprio questo slancio dentro l’anima delle cose secondo una gravitazione spontanea che lega il tutto all’uno. Un invisibile filo ultramondano relaziona le galassie come le orbite degli elettroni intorno ai nuclei subatomici. Il gesto, l’emozione e lo spirito entrano in relazione ad un mistero cosmogonico.

II sezione. Gli acquerelli connotano una progressiva stilizzazione delle figurazioni precedenti. Dalla morte del padre ha affinato questo percorso. L’aspetto mentale/razionale precedente si è convertito in pura spiritualità seguendo l’armonia delle sensazioni palpabili secondo una musicalità dettata dal ritmo delle cose. Le sue linee interrotte infatti determinano una scritturalità evocativa.

Una sorta di codice segreto che regge il mondo viene via via portato in superficie mediante questo processo di scrittura automatica. Un ponte tra il nostro mondo materiale e quello animico. Entrambi esistenti ma sottesi l’uno all’altro. La sensitività dell’artista tedesca raggiunge in questo modo il culmine intimistico dell’impressività comportamentale.

III sezione. E’ la più complessa da un profilo evolutivo della crescita individuale, stilistica e compositiva della Schuchardt. I cosiddetti Tacchetti o tasselli acquerellati realizzati con rappresentazioni strettamente simboliche in cui vengono dettate sequenze temporali: giorni, mesi ed anni sin evolvono progressivamente. Questi Testimoni del Tempo descrivono spiritualmente frammenti di un tempo ancestrale che si muove dal passato ad oggi seguendo una sequenzialità sincronica ma carica di vitalità mitica.

Pensiamo che ai quattro angoli di queste composizioni si depositano gli archivi akashico-dimensionali di progressioni croniche generando obliquamente delle interrelazioni criptiche che solo lo spettatore potrà disvelare individualmente. In altre parole parliamo di gocce di tempo correlate minuziosamente in un Iper – Testo creativo che spalanca alle emozioni intimistiche il proprio potere descrittivo sino a tridimensionalizzarsi nello spazio e nel tempo. La dilatazione quantistica di questi varchi dimensionali mettono in relazione i mondi superando le barriere della materia alla quale siamo apparentemente ancorati. Connotazioni che prendono corpo nella contingenza: su questi apporti la Schuchardt approda alla scultura, alla concretizzazione/cristallizzazione delle chiavi precedentemente testate.

Il suo è un linguaggio ancestrale, atipico per una civiltà come la nostra intenta a servire la materialità delle cose, a limitarsi al contingente, all’effimero od alla semplice superficialità delle cose.

Ed ecco che torniamo al discorso siderale della nostra ascendenza mitica: gli Anunnaki sulla Terra vennero adorati come dei e chiamati Nephilim. Le vecchie creature Adamitiche divennero loro sentinelle/sacerdoti chiamati Igig. Giunsero sulla terra milioni di anni fa quando ancora l’uomo era infante, puro, istintivo. I primati seguivano una linea evolutiva che non li avrebbe portati naturalmente a crescere in termini esponenziali sino a dove siamo giunti. Il paradiso terrestre fu uno stupefacente laboratorio galattico che permise a questa razza progredita di consentirci l’evoluzione genetica. Furono aperti i canali genetici, furono stravolte le leggi biologiche e ci fu data la possibilità di tornare alle stelle. La Schuchardt tiene aperti i portali dimensionali mediante i quali recepisce le forze cosmiche della spiritualità. 

1. EDEN. L’origine della Volontà

Mostra Personale di Gabriele Marchesi

15 ottobre 2016 - 15 novembre 2016

Andrea Domenico Taricco

 

Rinascenza Contemporanea, quale piattaforma di ricerca artistica dei Geni della contemporaneità continua nel suo percorso di indagine estetica a Torino. Dopo quattro anni trascorsi nella città dannunziana di Pescara, in cui sono stati valutati i canoni del Virtualesimo mediante la visione teologica, metafisica e scientifica e quelli dell’Inumanismo che ha radicalizzato i fattori introspettivi dell’essere umano mediante le ricerche dell’Io, del Super- Io e dell’Es sino ai vettori spirituali dell’AtoMistica in funzione della visione Cosmogonica, Karmica ed Akaschica, Rinascenza Contemporanea vola a Torino. La prima triade è stata dimostrata secondo presupposti che scandivano il Flusso Totemico, ovvero quello verticale di stampo fisico/materiale. Qui invece saranno poste le basi per l’analisi del flusso Noetico, ovvero quello orizzontale/animistico che pone sempre al centro la concezione inumanistica ma avrà due linee convergenti di equilibrio: ovvero una sfera Eonica caratterizzata dalle sette emanazioni divine che corrispondono alla Discendenza Sacra ed una sfera Siderale, della quale ci occupiamo in questo ciclo di mostre che corrispondono all’Ascendenza Mitica, in cui saranno precostituite le componenti teosofiche della razza radice da cui ha originato la stirpe terrestre. E l’Eden è il luogo in cui Dio, secondo le Sacre Scritture della Genesi è il luogo per eccellenza posto ad Oriente nel quale Dio costituì il Paradiso Terrestre. Qui generò la perla della sua Idea universale ponendo l’apice dei suoi disegni in un corpus eterogeneo in cui convergeva il tutto: piante, animali, cieli e mari furono messi a disposizione della massima creatura che forgiò con la terra, l’uomo. Ora questo luogo sacro aveva dei confini: a settentrione sorgeva l’Albero della Conoscenza, a meridione l’Albero della Vita, mentre al di fuori le terre oscure da cui generò questa creatura portandola così dentro i confini paradisiaci. L’Adamo, il primo essere gioì di questa emanazione cosmica ma la solitudine avrebbe determinato un senso di vuoto ed il Dio generò dal primo essere la donna, Eva. L’Eden o Nagal era il pianeta blu di Sirio posta ad occidente della Via Lattea e gli Annunaki/ divinità erano le creature angeliche del Dio detto Elohah. La curiosità delle entità di attingere al frutto proibito della Conoscenza ne determinò la colpa, la caduta sino alla conseguente cacciata dal paradiso dell’eternità. I diseredati furono abbandonati nel mondo della materia in cui ci troviamo e persero la grazia e la purezza seguitando il loro libero arbitrio giostrato dalla creatura angelica che li tentò invidioso della loro beatitudine. Queste trascrizioni sacre hanno una loro corrispondenza nel mito.  Tra le sue gerarchie angeliche infatti, Ahreman o Satam un arcangelo potente avrebbe mosso guerra al suo Creatore con le sue schiere divine e sarebbe stato dapprima scacciato presso un pianeta transizionale posto oltre la costellazione di Sirio/Orione, posto verso Oriente nella via Lattea. Il pianeta Minerva / Nibir posto tra Giove e Marte del sistema solare Helios. Qui la stirpe divina degli Anunnaki si sarebbe evoluta nel corso delle ere successive. Per poi tornare dopo millenni su Eden e risvegliare le creature predilette di Elohah. Oltre concetti teologici o metafisici possiamo infine definire l’origine umana da una visione scientifico/darwiniana secondo la quale dal brodo primordiale l’evoluzione cellulare sarebbe passata per i mammiferi  che avrebbero determinato l’origine dei primati e dell’uomo dall’Africa al resto del Mondo. In un modo o nell’altro questo percorso sarebbe stato sancito dal desiderio di una Volontà così come dalla necessità del sopravvivere insita nella materia. Concezioni che ci aprono la via alla mostra in atto del nostro artista Gabriele Marchesi. Le premesse ideologiche definite precedentemente ci portano direttamente nel cuore delle sue opere: partendo già dall’utilizzo dei materiali di supporto con i quali realizza i suoi lavori come la graffite ed il legno definiscono questo percorso essenziale finalizzato a dare un alito di vita/spirito alla materia. Anzi, estrapola da essa l’anima sottile portandola in superficie mediante una ricca analisi di valori compositivi che attuano un discorso più profondo. Marchesi, dedito al lavoro, alla precisione esecutiva, alla passione sonda volti angelici, perfetti, sovrumani accostandoli ad elementi tratti dall’ordinario quasi come se desiderasse dare un volto alle cose: ecco allora che un fiore, un ramoscello così come un astro vengono accompagnati dall’astrazione ideale e simbolica di una nobile posa femminile in cui l’incidenza di uno sguardo, la metafora di un gesto o la visione dell’insieme inducono l’osservatore a calarsi in questo percorso animistico. In lui il senso di progettazione dell’opera parte dal livello emozionale per poi essere tradotto nella pratica del fare sino alla costante interazione con il pubblico. In questo gioco di rimandi estetizzanti, simbolici e metafisici Marchesi trova terreno fertile per mettere in campo la sua creatività. Un po’ come le due creature celesti volute da Dio, Adamo ed Eva facenti parte di un tutt’uno al divino furono scisse in due matrici distinte capaci di fare le loro scelte al punto di perdere la perfezione alla quale erano stati predestinati. Così per Marchesi la materia/opera è il luogo edenico dal quale far partire la sua creatio per poi vederla materializzarsi e cadere nella concretezza in cui il simbolo diverrà la chiave di lettura essenziale per riportare in vita la sua poesis. Ora inizia il viaggio Siderale dell’Ascendenza Mitica.

 

Ciclo      Pneumatico

7. Sambhokaya

Mostra personale di Ugo Sarteur

 

Ed eccoci nell’ultimo affascinante capitolo del Ciclo Mandalico del Pneuma in cui abbiamo sviluppato il Bardo Todrol, ovvero il Libro Tibetano dei Morti scoperto nel XIV secolo da Karma Lingpa (1326 – 1386). Nel corso delle mostre precedenti abbiamo affrontato le vie della reincarnazione attraverso una serie di mostre personali: siamo partiti dal Vairocana espresso attraverso Clara Brunelli e Bruno Azzini, siamo passati attraverso Aksobhya con Luana Celli e Rita Rinaldelli, poi ancora il Ratna con il dott. Rinaldo Fiore, il Padma con Antonella Casalini, l’Amogjasiddhi di Valeriano Lessio ed infine i Guardiani con Rita Carrodano.

L’ultimo capitolo spetta al Vidyadhara, ovvero alla Conoscenza messa in campo dall’artista valdostano Ugo Sarteur.

Qui gli spiriti dell’aria osservano le prodezze umane attraverso la loro delizia essendo operatori del bene e della gioia: a metà strada tra gli uomini e gli déi sono semi-divinità che spargono fiori durante i nostri combattimenti, gioiscono ascoltando la musica e si cingono di ghirlande rifuggendo costantemente dal pericolo. La leggenda narra che vivono nello spirito delle montagne e proteggono i coraggiosi apportando gioia ed abbondanza attraverso la loro sconsiderata ironia.

Ed è su queste basi che ci rapportiamo all’artista Ugo Sarteur.

Vive in Val d’Aosta circondato dalle fantastiche catene montuose nord occidentali che separano l’Italia dalla Francia e come una divinità beffarda dipinge da circa quaranta anni attraverso una sagacia creativa ed un’ironia a metà strada tra il fumetto e la contestazione critica della società, sempre mantenendo eleganza e distacco analitico. Nato nel 1948 a MontJovet in provincia di Aosta ha frequentato scuole professionali. Nell’arte è autodidatta. A partire dal 1977 inizia il suo percorso espositivo partecipando a numerose rassegne.

Come descritto in un’altra mostra a lui dedicata in lui è proprio lo spirito figurativo, favolistico comunemente designato come naif tradotto figurativamente al limite del vignettistico che gli consente di descrivere la grottesca teatralizzazione caricaturale delle maschere del nostro tempo che da sempre hanno riempito l’immaginario della collettività. Ha inoltre spaziato con diverse tecniche pensando agli olii, all’acquerello, all’acrilico, alle chine sino all’ausilio delle terrecotte o dell’aerografo. Ha viaggiato in tutto il mondo trasponendo le sue sensazioni in qualcosa di vibrante, reale in cui la fiaba diviene linfa ipercritica di un’indagine concreta delle cose.

Tornando al Libro Tibetano dei Morti, il sesto giorno, l’anima dopo aver viaggiato attraverso i cinque ordini analizzati nelle cinque mostre precedenti delle ( forme – pensiero ), i quattro colori degli elementi + l’etere risplendono simultaneamente attraverso le forze direzionali che azioneranno un potente arcobaleno. 

Ciclo Mandalico del Pneuma

6. I guardiani

Mostra di Rita Carrodano

30 novembre 2018

30 gennaio 2019

 

Rita Carrodano è l’artista che incarna figurativamente il viaggio simbolico dell’eroina attraverso la sofferenza della carne. La figura umana fondamentalmente femminile diviene espressione animica di un percorso esistenziale proiettando la realtà dalla quale parte verso i percorsi sottesi del nostro spirito oltre la vita stessa. Nata alle Cinque Terre oltre ad essere una pittrice che opere a Calosso in provincia di Asti è anche storica dell’arte. Sappiamo di lei che ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Carrara entrando in relazione al maestro Angelo Destri e da qui si cimenterà in una serie di mostre collettive e personali che approfondiranno la sua ricerca personale. La sua è una pittura fresca, diretta, incisiva ad un primo colpo d’occhio ma superando l’apparenza dell’impatto ricettivo ci accorgiamo che penetra lo spazio e scende vorticosamente nelle profondità effimere della psiche umana. Ragioni che mi hanno spinto a definirla artista Extraconcettuale, ovvero detentrice di uno stilema compositivo che relaziona la forma esteriore ad un rapporto più intrinseco con i suoi valori intimi: in altre parole partendo dalla visione dell’arte concettuale che nella sua ascesa ha progressivamente svuotato l’opera del proprio Significante ovvero dell’Espressione in nome del Significato cioè del Contenuto la connotazione extraconcettuale dà non solo valore al senso dell’opera mediante ciò che esprime ma anche come grazie ad un senso intimo, personale, emotivo. In tal caso la nostra artista carica nuovamente gli oggetti di senso nell’aderenza del significante e del significato mediante la sfera affettiva. Ed in questo senso le sagome, i personaggi ed i colori stessi che utilizza sprofondano nel suo vissuto agendo come simboli archetipici di una sofferenza ieratica che l’arte isola mettendo in risalto aspetti di un percorso assolutamente interiore ed unico. Nel suo caso è proprio nella potenza dell’espressione, ovvero del Significante che il Significato, ovvero il contenuto si carica di senso. Questa sua extraconcettualità la rende intimista, evocativa e sentimentale. Il Segno espressivo dotato di Senso profondo agisce simbolicamente sull’osservatore spingendolo in quelle zone remote della propria psiche.

Ciclo Mandalico del Pneuma.

5. Amojgasiddhi. Il qui ed ora pittorico.

Valeriano Lessio.

28 settembre - 28 novembre 2018

 

Nella genealogia del ciclo di mostre realizzate nel nome della spiritualità il percorso dell’anima nel ciclo delle rinascite definisce simbolicamente l’insieme dei fenomeni mentali nell’espressione delle forme dell’universo.

L’Oriente ci viene in soccorso attraverso lo studio delle cosiddette Cinque Famiglie del Buddha, attraverso le quali la materia rappresenta solo uno stadio del divenire cosmico e lo stadio attuale rappresenta solo una manifestazione pura del divenire perenne delle cose: nel buddhismo esoterico i Cinque Jina rappresentano cinque diverse manifestazioni dell’essere perfetto ricorrenti nel mandala.

In questa mostra tocchiamo Amogjasiddhi ovvero la Realizzazione Insuperabile: posta a nord del mandala rappresenta l’aggregato purificato delle formazioni karmiche. Siamo nella sede della saggezza che tutto realizza rinviando l’essere al presente, al qui ed ora.

Eccoci dunque in relazione all’artista Valeriano Lessio. Come è possibile verificare attraverso l’analisi delle sue opere parte da una ricerca approfondita di sé stesso: nel suo percorso artistico è passato dalla concretezza della forma mediata attraverso la figurazione sino all’astrazione pura. La sua è un’espressione assolutamente sperimentale che consente all’osservatore di rispecchiarsi o dissociarsi attraverso un gioco di rimandi simbolici effettuati con il sapiente uso del colore.

Ha partecipato a numerose mostre ottenendo premi e riconoscimenti in Italia ma soprattutto all’estero pensando a Barcellona, Berlino, Toronto o Monaco di Baviera.

Ecco allora la potenza materica dei colori entrare in disputa alla leggerezza segnica del gesto in cui una scritturalità primeva riecheggia le gesta di un’anima che affronta il creato cercando di svincolarsi dalle illusioni della realtà ordinaria e restituire all’osservatore la possibilità di liberarsi momentaneamente dai vincoli terreni iniziando così il viaggio attraverso i corpi sottili in cui non esistono più le concezioni fisiche ma quelle sensoriali.

I compartimenti cromatici definiscono una formalità spontanea a metà strada tra informalità e concettualità realizzativa: la sua astrazione concreta manifesta la tendenza a razionalizzare quanto è definito spontaneamente dall’automatismo creativo sino ad elaborare interventi sensoriali appunto, attraverso i quali chiunque è in grado di rispecchiare il proprio stato emotivo.

Il Valeriano affronta queste tematiche oramai da diverso tempo: ha incontrato artisti e tendenze di differenti movimenti artistici respirando l’aria della contemporaneità attraversando esponenti di diverse correnti ed associazioni artistiche che dagli anni ’90 gli hanno concesso la possibilità di sperimentare. Sì! Il Valeriano è uno sperimentatore dell’Anima e personalmente sono orgoglioso di averlo portato ad esporre in questa personale di Torino. Ancora grazie per la disponibilità!

Ciclo Mandalico del Pneuma

4. PADMA. Fuoco di passione

21 giugno 2018 - 21 settembre 2018

Mostra Personale Antonella Casalini

L’arte di Antonella Casalini costituisce un tuffo nel Mito in cui il senso piranesiano di antiche civiltà decadute viene proiettato in avanti secondo una pittura archeologica che scava direttamente negli archetipi della storia individuale in cui l’uomo diviene centro umanistico di una realtà effimera destinata inevitabilmente all’estinzione.

Le sue atmosfere proto-storiche, a-storiche, meta-storiche ci calano in dimensioni mediterranee, cretesi, greche, atlantidee in cui gli déi e gli eroi di un mondo perduto tornano a farci visita attraverso metope, bassorilievi mediante una vivida creatività che torna a farci vivere l’avventura di mondi sommersi, dimenticati dalla civiltà e nei quali, per quanto mistero o distanza storica ci separi da essi, ci sentiamo parte attiva, quasi a collegare dei fili rotti dall’ignoranza o dall’incuria della scienza.

L’artista perugina determina questo slancio descrittivo grazie al quale ha la possibilità di raccontarci frammenti di storie dimenticate. Quasi come un aedo ellenico che cantava le antiche gesta teogoniche di titani condannati all’eterno esilio o di forme aliene che la nostra cultura ha obliato seguitando i canoni di una consapevolezza indotta.

Come non rapportarla al quarto Panka Jina delle Cinque famiglie del Buddha: ovvero al Padma?

In questa sede ci troviamo ad Ovest luogo per eccellenza in cui le sensazioni danno spazio al Concetto. L’elemento Fuoco diviene pregnante nella dinamica espressiva della passionalità espressa dalla luce rossa. In essa si sprigiona la legge del dominio magnetico mediante il quale gravitano i ricordi: una legge che stabilisce cosa sia strettamente necessario agli esseri senzienti e cosa da essi debba essere sacrificato in nome della logica.

Concezioni che vengono alla luce osservando i suoi lavori: luci sfocate, terrose, spente che rievocano il senso di una materia in trasformazione grazie al sapiente utilizzo della ceramica e del bassorilievo che fanno di lei un’artista senza eguali.

Quando ebbi modo di conoscere l’artista presso una mostra collettiva organizzata a Palazzo Zenobio a Venezia nel mese di febbraio, fui immediatamente colpito dalla singolarità dei suoi lavori e dopo una serie di conversazioni telefoniche le chiesi di esporre a Torino in una mostra personale.

La sensazione primaria è stata quella di varcare le Colonne d’Ercole e come un Ulisse contemporaneo viaggiare attraverso i mondi sconfinati di terre obliate  e perdersi nell’oceano dell’individualità in cui nessuno oltre la propria anima sia lì pronto a soccorrerci. Via via che penetravo il suo senso estetico smarrivo me stesso e lo ritrovavo in quei barlumi di civiltà che l’artista riecheggiava prendendo dall’arte antica il sapore di una logica altrimenti scomparsa.

Il viaggio della Casalini non ha sosta.

L’ordine, l’armonia, la perfezione tornano dalle scuole classiche del passato a raccontarci qualcosa che appartiene a tutti: l’amore per la bellezza.

 

La ringrazio di cuore di avere accettato di esporre per tutta questa stagione e di condividere con noi i suoi lavori. Sappiamo di lei che ha già in passato esposto a Torino in “Rassegna d’Arte”  “Telaccia d’Oro” ma ancora ”Olimpia Art Standing” ad Arona. Al Salon d’Art Méditerranée a Cannes, al Re di Quadri a Stresa e tra i premi il “Premio Ambiente” per il bassorilievo a Stresa. Al momento godiamocela nella nostra Torino!

Ciclo Mandalico del Pneuma.

3. RATNA.

La Terra dell'Orgoglio.

Mostra Personale di Rinaldo Fiore.

20 aprile 2018 - 20 giugno 2018

 

Osservare le opere di Rinaldo Fiore significa calarsi negli spazi immensi della Natura e lasciarsi andare alla forza pura che da essa viene sprigionata perdendo conseguentemente il senso dello spazio e del tempo.

La serie dei suoi acquerelli tramanda la poetica dell’essere nel suo stato atavico calando l’anima, perché di anima ci parla messa innanzi ad uno specchio anzi, innanzi ad una serie infinita di specchi riflettenti in cui la sua storia e le nostre storie private aderiscono attraverso un flusso di coscienza smisurato in cui tutto si dilata e dove l’uomo e la natura divengono espressione reciproca di uno stato interiore senza barriere.

Queste caratteristiche ideali vengono generate nell’osservatore attraverso una pittura metodica, essenziale, intelligente grazie al fatto che l’artista veicoli l’espressione all’impressione emotiva che quel paesaggio reale ha suscitato nelle sua psiche in cui i ricordi lontani dell’infanzia così come le sensazioni provate in simili contesti vengono congelati e riflessi attraverso il mezzo espressivo della pittura.

Parliamo dunque di un’arte percettiva che tende alla presenza/ assenza del soggetto rispecchiante mediante il quale l’osservatore giunge ad un livello disgregativo, straniante in cui la stabilità delle componenti apparentemente logiche viene defraudata dal senso etereo delle cromie appena accennate in cui le sagome concrete perdono progressivamente la loro componente stabile, solida, strutturata per rarefarsi in nome di una spiritualità di matrice assolutamente concettuale.

E di idealità possiamo parlare in riferimento alla luce gialla che permea l’involucro costitutivo dei suoi lavori. L’acquerello diviene così terreno fertile di una pittura cesellata in cui le sfumature entrano in contrasto con gli ammassi pigmentati ottenuti dagli slanci gestuali del pennello e l’atto stesso della pittura sfocia nella plasticità formale: l’atto diviene sintomo di un gesto ieratico e la poetica assorbe tutto.

Elementi che mi riportano alle letture effettuate in giovinezza del Bardo Todrol Chenmo noto in occidente come Libro Tibetano dei Morti: testo mistico che costituisce l’antico tesoro nascosto scoperto nel XIV secolo da Karma Lingpa in cui viene descritto il viaggio dell’anima dopo la morte in quello stato prima della reincarnazione. Uno stato che i buddhisti chiamano appunto Bardo. Il testo viene recitato accanto al morto nella fase ricettiva affinché eviti di reincarnarsi e raggiunga il Nirvana. In questa fase si cerca di identificare lo spirito con una delle cinque divinità ovvero una fase che si trova tra la possibile ricaduta nel ciclo delle rinascite e la possibile illuminazione/liberazione. Connotazioni che rinviano all’Universo dei Cinque Buddha ovvero i Panka Jina.

Tra questi Rinaldo Fiore rinvia all’antica genealogia del Ratna ovvero all’aggregato purificato delle sensazioni in cui il giallo – oro appunto, definisce la preziosità della gemma che esaudisce i desideri. La sua direzione è il sud ed è simboleggiato da Ratnasambhava seduto su un trono di cavalli. Nella nostra visione è assimilabile all’elemento Terra per la sua freddezza, per la cristallizzazione degli elementi che gli entrano in circolo o per l’abbaglio lucente che da esso emana.

Sensazioni emotive appunto che otteniamo facendo una carrellata delle opere del nostro artista nato nel 1945 in un piccolo paese dell’Abruzzo dal quale ne ha ereditato sicuramente le atmosfere: il senso della vastità dei campi di grano, le possenti montagne che coronano le valli e la determinazione dei colori che divengono luce.

Lavora con gli acquerelli dal 1992 esponendo in mostre tenute ai Castelli Romani od in altre località in cui ha sempre portato con sé un pezzo di quella terra che è diventata esperienza di vita, emozione profonda, sentimento incondizionato.

 

Ma il Dottor Fiore è un medico di professione e la pittura da autodidatta gli consente di esprimere elementi della sua personalità altrimenti indescrivibili pur mantenendo una certa lucidità, una forma sottesa di distacco con la quale accettare e perseverare. 

Ciclo Mandalico del Pneuma

2. Aksobhya.

Il mito dell’imperturbabilità

8 febbraio - 8 aprile 2018

Andrea Domenico Taricco

Luana Celli

Rita Rinaldelli

 

 
 

A questo punto del processo karmico entriamo nella sfera di Aksobhya ovvero nella dimensione dell’Imperturbabilità in cui si configura l’aggregato assoluto della Coscienza purificata. Secondo queste astrazioni è attraverso l’imperturbabilità che l’anima deve adattarsi ad uno stato di pace interiore annullando qualsiasi tipo di attaccamento ai desideri materiali. Esperienza complessa che deve affrontare la materia per giungere alla propria liberazione.

Simbolicamente associato al colore blu l’Aksobhya indica l’oriente e con la mano destra indica di toccare a terra mentre con la mano sinistra sorregge un Vajra sedendo su un trono sorretto da elefanti. La sillaba che caratterizza questa famiglia divina è HUM suono onomatopeico che vuole rapportarsi alla simbologia dello specchio: un tipo di saggezza che distingue il vero dal falso leggendo la realtà indipendentemente da opinioni fuorvianti o pregiudizi determinati da una cultura ristretta. Secondo queste concezioni gli insegnamenti del Buddha furono adattate alle civiltà che seguirono mediante l’uso della meditazione per il pieno sviluppo di un potenziale innato nel corpo, attraverso la parola e la mente: la liberazione dalle illusioni della carne secondo cui l’esperienza dei sensi risulta fugace dato il fatto che la natura di cui facciamo parte è transitoria perdendo conseguentemente qualsiasi forma di attaccamento trattando equamente tutte le forme esistenti. Postulati facili da comprendere ma difficili da mettere in pratica. Per fare questo dovremmo raggiungere un concetto di mente Pur considerando appunto questa come uno specchio che riflette pensieri egotici e individualistici. Solo una mente pura o purificata mediante questo tipo di educazione è in grado di assimilare il mondo come esperienza ultima di un processo assoluto e semplice da attuare mediante il ridimensionamento del Sé data l’impermanenza di tutte le cose esistenti.

L’imperturbabilità del ricercatore rappresenta questa consapevolezza nel processo delle rinascite nel quale ci troviamo ad essere in questo passaggio momentaneo.

Ed è in questa luce che possiamo affrontare le due entità pittoriche coinvolte: da una parte Luana Celli e dall’altra Rita Rinaldelli.

Luana Celli è l’artista romana che ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Roma sotto la guida del maestro Giulio Turcato partecipando nel corso della sua carriera a numerose mostre in Italia. I suoi paesaggi incantati raccontano stati emotivi tra il favolistico e l’onirico sino a spalancare antri, varchi dimensionali tra un mondo e l’altro. Anche le figure umane così come le maschere descrivono paesaggi ancestrali. Il sogno e la metafisica descrittiva dei suoi lavori indagano su frammenti di quello specchio in cui ancora le passioni o le paure riflettono il loro ricordo sino a svanire gradualmente in una sfera più profonda in cui l’Io sembra improvvisamente sparire definitivamente ed uno stato di grazia pervade il tutto portando lo spettatore in luoghi/non luoghi del proprio vissuto.

Dall’altra parte la fiorentina Rita Rinaldelli dopo il Liceo Artistico e l’Accademia delle Belle Arti di Firenze così come del Disegno Anatomo Chirurgico di Bologna, insegna da anni Scultura al Liceo artistico di Firenze. Nella sua arte invece è il ritratto a dominare. Assistiamo ad una molteplicità di volti colti in primo e primissimo piano nell’atto di guardare verso l’osservatore o completamente smarriti poiché immortalati nell’attimo in cui sono stati congelati dall’istantanea dell’artista. Operazione questa che la spinge anche a rivisitare le opere dei maestri della tradizione pittorica: ma in entrambi i casi ci troviamo innanzi ad un processo di soggettivazione spersonalizzata attraverso l’oggettivazione realizzativa dell’artista.

 

L’una attraverso la dimensione prettamente paesaggistica, l’altra attraverso quella figurativa indicano la Realtà: la fissano, la contemplano sino alla totale reinterpretazione esecutiva che scardina l’ordinario dal suo contesto mostrandocelo purificato dall’immediatezza ricettiva e per questo dalla sua fugacità. Operazione espressiva che le due artiste inavvertitamente compiono con modalità differenti spingendo così il fruitore non solo a riconoscere luoghi o volti distanti ma a farli propri attraverso un processo dissociativo che li ridimensiona allo stadio del ricordo. In altre parole i luoghi/non luoghi della Celli così come i volti/non volti della Rinaldelli spersonalizzano l’Io che si rapporta a mondi possibili ridimensionando sé stesso, il proprio Io a mondi di cui non fa parte direttamente: quante volte sono stati ammirati nel mondo reale simili paesaggi o volti umani? Infinitamente! Ed qui che entra in campo l’imperturbabilità: la dissociazione da una realtà che non influisce direttamente sul soggetto inducendolo così alla pura contemplazione in cui l’ Io ne resta fuori. 

Ciclo Mandalico del Pneuma

1.Vairocana. Il soffio vitale della vacuità

Clara Brunelli

Bruno Azzini 

16 novembre 2017 - 16 gennaio 2018

Andrea Domenico Taricco


Seguitando queste consapevolezze possiamo affrontare l’universo dei Cinque Buddha ovvero i Panka Jina. Nella dimensione buddhista esiste la tradizione dei Cinque Jina ricorrenti nei mandala facenti parte delle tradizioni tantriche. Ognuno di loro è associato ad un colore e ad una direzione specifica del Mandala in cui si distinguono i cinque Skandha, ovvero i cinque aggregati. Secondo questa tradizione ad ogni Jina si associa una consorte che costituisce l’essenza luminosa sino ai cinque Bodhisattva relativi a specifiche funzioni psicofisiche. In questa direzione possiamo percepire l’insegnamento della specifica saggezza per mezzo della quale l’anima sceglie una direzione nel processo della reincarnazione.
Il Bardo Todrol Chenmo noto in occidente come Libro Tibetano dei Morti costituisce l’antico tesoro nascosto scoperto nel XIV secolo da Karma Lingpa in cui viene descritto il viaggio dell’anima dopo la morte in quello stato prima della reincarnazione. Uno stato che i buddhisti chiamano appunto Bardo. Il testo viene recitato accanto al morto nella fase ricettiva affinché eviti di reincarnarsi e raggiunga il Nirvana. In questa fase si cerca di identificare lo spirito con una delle cinque divinità ovvero una fase che si trova tra la possibile ricaduta nel ciclo delle rinascite e la possibile illuminazione/liberazione.

Partiamo così dalla prima famiglia: posto al centro del Mandala osserviamo il Buddha Vairocana, il grande Illuminatore. In sé riassume le caratteristiche degli altri quattro Jina ed è considerato il Padre degli altri quattro Buddha.

Rappresenta l’aggregato della forma. E’ rappresentato con la carnagione bianca e splendente che regge la ruota della legge simbolo della Famiglia Tathagata. Siede su un trono sorretto da leoni ed è in unione a Vajra- Dhatvisvari, ovvero l’adamantina danzatrice del silenzio cioè l’etere purificato. Il colore Bianco è espresso dalla sillaba OM. Questa è sede della saggezza per la realtà assoluta in contrasto all’ignoranza ed alla stupidità. Questo Buddha è relazionato al principio di vacuità. Da qui noi partiamo per intendere il presupposto di liberazione mediante un graduale allontanamento dall’egocentrismo dunque una dissociazione costruttiva dalle fenomenologie  dettate dalla realtà sensibile e individuale.

Su questi postulati è stata organizzata questa mostra che ha per protagonisti due artisti:  Clara Brunelli e Bruno Azzini.

MENTE: in questo ambito l’universo diviene espressione mentale dell’esistente quale manifestazione attiva di un’intelligenza attiva e cosciente. Clara Brunelli è l’artista bresciana che da anni vive a Garda. Ex fotografa professionista ha girato il mondo a caccia di meteoriti. Pensiamo a quello trovato in Libia nel 1999 ad Hamada al-Hamra di cui ne utilizza frammenti in tessuti realistici che descrivono proprio l’impatto con la superficie terrestre. Verso la fine del 2010 realizza una serie di opere pittoriche impreziosite proprio da questi frammenti di cielo che descrivono il suo Cosmicismo ovvero una linea ideale in cui la concezione astronomica e cosmologica si fondono nella descrizione dell’uomo anche senza la sua diretta messa in campo. In questo gioco simbiotico l’io e l’universo coincidono nella ricerca di una spiritualità che pervade il Creato.

CORPO: in questo secondo ambito la rappresentazione della figura umana definisce il polo fisico di un’espressione divina, manifestata attraverso la materia intelligente. Il bresciano Bruno Azzini dall’impasto materico delle sue tele fa emergere l’uomo colto nelle sue dinamiche esistenziali sino ad un principio di spersonalizzazione che lo proietta inequivocabilmente verso la molteplicità, l’alienazione, l’introspezione. Paradossalmente l’assenza della figura umana che si percepisce dalle opere che la ritraggono, proiettano lo spettatore verso paesaggi interiori in cui la sagoma determinata dalla forma così come dalla complessità cromatica rinvia ad una sorta di paradigma psicologico mediante il quale la materia stessa diviene espressione di una natura intima ed allo stesso tempo universale. Ecco allora forme umane abbandonate a loro stesse, in balia delle loro azioni, trasportate dalla musica divenire tutt’uno con la natura.

Entrambi, per una via o per l’altra seguitano questo presupposto di vacuità attraverso il quale viene sganciato l’Io dalla sua attitudine ai condizionamenti della realtà di riferimento: l’attaccamento alle cose esiste solo in funzione di una proiezione mentale sulla dualità Corpo-Mente negando l’indipendenza di questo IO dal tutto